Storia di un matrimonio “interstatale”

Un bonsai nella foresta

Calarsi nella realtà locale che si visita e si cerca di vivere è l’obiettivo di chiunque faccia il salto da turista a viaggiatore e nel caso di un giornalista è quasi un dovere. In giro per il Ruanda per alcune interviste ho avuto la fortuna di partecipare ad un matrimonio grazie all’invito di Anitha, una ragazza del Burundi conosciuta all’ufficio immigrazione ruandese.

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Munito di regalo acquistato la mattina della festa e rigorosamente per lo sposo dato che noi rientravano fra i suoi invitati alle 13 local time siamo andati in scena. Anitha mi aspettava davanti alla Chiesa Pentecostale di Remerà in un semplice abito blu accompagnato da un paio di sandali con tacco moderato, visto ke la sua altezza supera agilmente il metro e settanta.

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Finisco in terza fila, posizione quasi da dignitario locale, mentre la mia compagna si accomoda nel coro con un grande sorriso. Accanto a me si siedono due corpulente signore nei coloratissimi abiti locali,  omaggio alla tradizione sia del Ruanda che del Burundi.

Questo è un matrimonio “interstatale” cosa a me fino a quel momento sfuggita, ma grazie ad un ragazzino curioso dell’unico muzungo alla cerimonia mi addentro nei meandri della celebrazione. Si tratta di due clan di Tutsi, anche se non va più di moda parlare di differenze razziali dopo il genocidio del ’94, quello dello sposo viene dal Burundi, quello della sposa e’ invece ruandese.

Purtroppo, contrariamente al politicamente corretto che nega ogni accezione razziale a questo gruppo etnico  gli uomini partecipanti alla festa sono tutti alti sopra il metro e 85 e le donne sopra il metro e 75, un’occasione unica per ridimensionare il proprio ego.

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Credo sia innegabile che le radici di questi popoli si intreccino con i Masai del Kenia e i Matabele dello Zimbabwe, gruppi guerrieri alti e slanciati abituati a percorrere a grandi falcate gli altopiani africani.

In Chiesa si canta e si balla per quasi due ore. Finita la funzione con pulmini colorati quanto gli ospiti ci trasferiamo in una grande sala. Qui Anitha si siede accanto a me insieme alle sue amiche tutte curiose di me che mi tempestano di domande sull’Europa.

Con gli sposi al centro della sala cominciano i balli tradizionali dei due paesi sul corteggiamento che oggi ha prodotto le nozze. Il pubblico, sempre diviso fra sposo e sposa, tifa per l’uno o l’altro corpo di ballo sventolando foulard coi colori nazionali.

Alla fine di ogni esibizione si alza qualcuno di una delle due parti e parla allo sposo o alla sposa scatenando molte risate. Si mangia e si beve restando seduti, con i camerieri che svolazzano qua e la recuperando piatti e bottigliette vuote di coca o fanta.

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Travolto dalla festa cerco di restare al passo con ciò che succede ma dopo due ore e mezzo steso dallo stufato al Piri Piri perdo il filo della serata. Il matrimonio  finisce con la sposa portata su una specie di trono fino al suo amato che la abbraccia fra  l’entusiasmo generale.

Totale otto ore di festa ininterrotta che continua in un altro posto dove però hanno accesso solo i familiari più “stretti” e quindi vengo scremato con circa metà dei 400 ospiti presenti….

di Matteo Giusti

 

 

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