Italia: 900mila bambini lottano per la cittadinanza

Ognuno di noi è stato un bambino e ognuno può ricordare di non aver mai avuto necessità di spiegare dov’è nato e come è nato. Accettare un bambino nella società in cui è nato non è proprio qualcosa di eccezionale.

Questo è uno degli argomenti che hanno alimentato i dibattiti in Italia soprattutto dal momento in cui i protagonisti di questa storia, i bambini dei migranti che lo stato italiano non riconosce come cittadini italiani, stanno aumentando velocemente in numero così come stanno crescendo i loro muscoli per affrontare lo stato e conquistare il diritto di cittadinanza.

Il tema è stato ulteriormente chiarito a Verona lo scorso venerdì sera (29 luglio 2011) da “18 IUS Soli”, un documentario che dev’essere ancora distribuito, ma che sta già facendo discutere sul problema della cittadinanza italiana. Il dibattito è avvenuto nell’ambito di una tre giorni estiva organizzata dai missionari comboniani di Verona intitolata: CHE ESTATE!

Il produttore, Fred Kuwornu, è lui stesso una parte del tema. Suo padre è ghanese e sua madre italiana.

Nella lunga serie di interviste che ha registrato, le cosiddette seconde generazioni, cioè i figli dei migranti in Italia, erano entusiasti di condividere le loro testimonianze.

Sfogando la loro frustrazione e comunicando la loro determinazione nell’affrontare il futuro, non stanno solo provocando quando dimostrano di essere tanto italiani quanto i figli nati da entrambi i genitori italiani, conoscendo la cultura italiana, cantando l’inno nazionale italiano e finanche lavorando nelle forze armate italiane; loro sfidano anche la stessa burocrazia italiana che è al centro di questa situazione.

“Noi siamo nati qui; siamo italiani!”

Alla fine del documentario, ho chiesto al regista, Fred Kuwornu, perché ha deciso di lavorare a questo progetto:

“18 IUS Soli è nato due anni fa quando ho scoperto, sfortunatamente, che i figli nati da migranti in Italia non sono riconosciuti come cittadini. Mi son detto: com’è possibile? Tutti i bambini che conosco che hanno un colore della pelle diverso, di genitori africani, sudamericani e asiatici… pensavo fossero tutti cittadini italiani.

I bambini nati da migranti in Italia sono tanti, circa 900.000 e non sono cittadini italiani. Devono aspettare il 18° anno di età per chiedere la cittadinanza italiana, e qualche volta non viene concessa. Questo li lascia con l’opzione di andare in giro col permesso di soggiorno come se fossero arrivati in Italia un mese fa.”

La cattiva notizia è che all’interno delle leggi italiane sull’immigrazione o almeno nella loro applicazione, c’è un atteggiamento che è cresciuto a tal punto da diventare una filosofia.

Per avere un permesso di soggiorno in Italia devi avere un lavoro, per avere un lavoro devi avere un permesso di soggiorno. Qualche volta può essere anche più complicato per le migliaia di africani che arrivano regolarmente in Italia pensando di trovare un paradiso. Molto presto dopo essere entrati capiscono che l’immigrazione in Italia non può essere presa per uno scherzo.

Molti africani hanno sprecato una parte preziosa della loro vita aspettando un permesso di soggiorno e di lavoro nel paese e quando ce l’hanno vengono comunque trattati come se non ce l’avessero.

Ieri una keniota in visita in Italia, residente in Olanda, ha pensato che questa storia fosse incredibile e ha chiesto: “Tutto ciò non è contrario alla Convenzione di Ginevra sui diritti umani?”

Sebbene non possiamo verificare se ciò sia vero o meno, una cosa è certa. Nei prossimi anni, la battaglia di legalità tra lo stato italiano e l’esercito di bambini che vogliono essere riconosciuti come cittadini nella società in cui sono nati si farà sempre più dura.

Per molti anni, i dati demografici sulla popolazione italiana, per lo più anziana come succede nelle più grandi società occidentali, evidenziano una staticità a circa 60 milioni di abitanti. Sebbene pochi politici abbiano argomentato apertamente per l’immigrazione (con circa 4 milioni di migranti già nel paese) come un mezzo per sostenere le economie locali, lo stato non è in grado di staccarsi dalla burocrazia e cogliere un’opportunità rara come quella di riconoscere quasi un milione di bambini, nati in Italia da genitori stranieri, come italiani.

Nel prossimo futuro sembra che lo stato italiano sia destinato a perdere, a meno che non cambi le sue posizioni su alcuni aspetti dell’immigrazione, come questo.

Per esempio, è vero che in Italia molti percorsi educativi e industriali non hanno una copertura finanziaria completa attraverso i sussidi del governo. Ciò significa che lo stato italiano sta spendendo una discreta percentuale di soldi provenienti dalle tasse dei cittadini per l’educazione di circa 900 mila bambini che non riconosce come cittadini.

Il pericolo sta nel fatto che quando questi bambini si sentiranno frustrati a causa delle complicazioni della legalità italiana, alcuni potrebbero considerare la possibilità di lasciare il paese per entrare in un mercato più competitivo. (…)

Questa è l’orribile situazione che Fred Kuwornu sta affrontando oggi con il suo documentario affinché il domani sia migliore per lo stato italiano e per i bambini nati nel suo territorio.

 

 

Ewanfoh Obehi Peter

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