Appunti per agenda comune su immigrazione

CIE, ius soli, Bossi-Fini: appunti per una nuova agenda comune sull’immigrazione

di Nicola Grigion e Luca Tornatore

Alle volte le parole rompono silenzi che paiono inviolabili.
In altri momenti risuonano come insufficienti esercizi retorici.
Proprio per non ricadere ritualmente a breve in una retorica vittimistica e penosa sulla condizione dei migranti in Italia, questo momento richiede di non disperdere la rabbia e l’indignazione accumulate nelle scorse ore e di cercare di indirizzare il discorso sulla chiusura dei CIE, tornato alla ribalda in maniera tragica e dirompente in questi giorni, verso azioni concrete nei mesi che seguono.

Si tratta, crediamo, di allargare e percorrere un varco aperto da ciò che è accaduto di recente a Gradisca e Crotone, per andare oltre.

Le vicende di questi giorni non sono molto diverse da quelle che per mesi, per anni, hanno segnato le biografie più o meno lunghe degli “ospiti” trattenuti nei tanti centri dell’orrore sparsi per la penisola. Condizioni di vita disumane, diritti fondamentali calpestati, censura, false verità ufficiali, atti di autolesionismo, ricoveri e morti sospette, restrizioni della libertà personale convalidate o prorogate con la stessa leggerezza con cui si mette la firma su un biglietto d’auguri, intervento massiccio di reparti anti-sommossa per reprimere la voglia di libertà che neppure la somministrazione massiccia di psicofarmaci riesce a sedare.

Eppure non c’è stato momento in questi anni che come ora abbia saputo restituire con tanta chiarezza l’urgenza di mettere fine all’orribile esperienza dei CIE, nello stesso momento in cui altre centinaia di migranti (siriani ed egiziani) approdano sulle nostre coste rischiando, grazie alle perversioni del nostro sistema d’asilo, di finire anch’essi nel circuito della detenzione amministrativa, già trattenuti illegittimamente presso strutture informali al momento del loro arrivo.

L’archivio delle violazioni è così infinito da aver riempito decine e decine di rapporti, tanto di organizzazioni per la tutela dei diritti (MSF, Emergency, Amnesty, HRW, MEDU…), quanto di organismi istituzionali (Commissione UE, Camere Penali, Consiglio d’Europa, Corte dei Conti, etc…). E ricchi sono anche il bagaglio di esperienze, la qualità del lavoro, la passione e gli sforzi di chi in questi anni ha cercato di opporsi in molti modi ai CIE: denunciando, costruendo azioni legali, documentando, protestando.

Quali siano i motivi dei questa rinnovata attenzione mainstream intorno ai CIE o alle coste – merito delle mobilitazioni, frutto delle rivolte, horror vacui nel nulla estivo – importa poco.

Ciò che importa è che abbiamo oggi l’occasione di riaprire uno spazio di dibattito vero sul tema immigrazione, in questi mesi occupato in maniera pressoché totale dalle discussioni sui caschi di banane, sugli oranghi o dalle sparate di un manipolo di imbecilli contro il colore della pelle di Cècile Kyenge. Un discorso nebuloso che ha messo al centro della scena un ministero pressoché inutile, quello all’integrazione, regalando la possibilità di agire in una zona grigia in cui tutto è possibile a chi invece su CIE, asilo e cittadinanza la fa da padrone: il Ministero dell’Interno.

Non facciamoci sfuggire allora l’opportunità che ci viene offerta dai drammi di queste settimane, di riprendere il filo di un discorso non facile da tessere: quello intorno alle vicende dell’immigrazione nel nostro paese, che anche grazie alla contraddittoria nomina del Ministro all’Integrazione può trovare un inedito spazio.

Non che di lotte su questo terreno, anche significative, in questi anni, non ce ne siano state. La battaglia contro la sanatoria truffa, quella per l’accoglienza dei “profughi” del Nordafrica, sono state certo questioni importanti, così come importanti sono diversi terreni su cui i migranti si ritrovano a lottare: dalla casa, con occupazioni e resistenze agli sfratti, al lavoro, nella logistica ed in altri settori. Troppo spesso però queste battaglie non hanno saputo andare oltre la dimensione territoriale, o il carattere parcellizzato e frammentato che le ha condizionate, oppure semplicemente si sono svolte praticando giustamente l’obiettivo, fin dove era chiaro e condiviso.

Oggi però dobbiamo immaginare ed imporre una nuova agenda politica in cui trovino piena cittadinanza questioni cruciali sulle quali si giocano parte della dignità, della democrazia e del destino della nostra società.

Con la poca ambizione di un pieno Agosto, ma con la convinzione della necessità impellente di aprire una ricerca comune, uno spazio di convergenza, una possibile complicità, ci sembra che i punti seguenti siano inevitabili ed inaggirabili.

La chiusura dei CIE. Non è un’ipotesi di lavoro: è una necessità oggi più che mai evidente ed urgente. In quei luoghi quotidianamente si vìola la dignità umana dei reclusi, e di noi tutti, dentro i confini di questo Paese, celatamente agli occhi dei media, fuori da ogni regola dello stato di diritto.

I CIE, un tempo CPT, furono messi in discussione fin dal loro nascere da un imponente movimento di protesta ed opinione, poi dalle rivolte interne ed in fine colpevolmente rilegittimati dalla retorica dell’umanizzazione prima e della sicurezza poi. Oggi, fuori da questa ipocrisia del linguaggio, quella di chi dice che occorre “superarli”, o meglio ”andare oltre”, quella delle impossibili umanizzazioni per dei luoghi in cui, come ci ha ricordato il giudice di Crotone nel dicembre 2012, “è un apparato dello stato a mettere in discussione i diritti fondamentali” configurando come legittima difesa il comportamento di chi si ribella, deve essere possibile immaginare insieme una campagna, una coalizione che ponga con forza il tema della loro chiusura.

È una sfida non da poco, perché il livello di conflitto espresso dalle rivolte interne, che non deve risultare sterile, disperato o semplicemente inutile, ci impone di costruire al di fuori dei centri un conflitto egualmente all’altezza della posta in palio: intelligente, determinato, condiviso, non certo timido o strumentale.

La cancellazione della legge Bossi-Fini. E con essa delle sue macroscopiche aberrazioni, dei meccanismi controversi che la caratterizzano, delle restrizioni che impone all’unità familiare, dei ricatti a cui costringe nel mercato del lavoro, dei perversi dispositivi che prevede per gli ingressi regolari, della sua produzione di clandestinità. Di quel disegno che per anni ha costretto ad una posizione subordinata, una “cittadinanza differenziata”, milioni di cittadini in questo Paese. Anche questa non è un’ipotesi di lavoro ma un impellente necessità per la nostra democrazia.

L’introduzione del principio dello ius soli. Perché chi nasce e cresce senza aver calcato suolo se non quello di questo Paese, aver conosciuto amici, frequentato scuole, sposato stili di vita, costruito i suoi progetti se non in questa provincia dell’Europa abbia la possibilità di confrontarsi alla pari dei suoi coetanei con questa crisi che stringe l’Euro-Zona nella morsa di un processo di restrizione dei diritti politici, sociali, economici, civili, senza precedenti.

In ballo c’è il destino di noi tutti, la capacità di riscrivere uno spazio della cittadinanza, europea prima ancora che confinata alle frontiere di questo Stato, inclusiva e aperta, un nuovo statuto dei diritti in cui a scrivere e decidere le regole sia chi abita questi luoghi.

Questa che proponiamo alla riflessione collettiva, come spunto per tessere una nuova trama di discussione, non è che una traccia incompleta, sono alcuni appunti scarni e verrebbe da dire banali.

Tuttavia, proprio il fatto che pur essendo così banali siano ancora così incombenti e necessari restituisce l’urgenza di trovare una possibile traiettoria di azione comune su cui confrontarci nel prossimo autunno. Consapevoli che non sono le piattaforme che fanno la differenza, ma come e quanto migliaia, milioni di persone le sostengono, le praticano, sono in grado di coalizzarsi per riempire le piazze e conquistarle.

Vale la pena di provarci.
Noi ci siamo.

Fonte: www.meltingpot.org, migrantitorino.it,

 

 

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