Abuja, le ombre del dopo attentato

Eagle square, Abuja, Nigeria – 1 ottobre 2010. Esplodono due autobombe nel pieno svolgimento delle celebrazioni per il 50 esimo anniversario dell’indipendenza dalla corona britannica. Secondo il settimanale Jeune Afrique, il bilancio definitivo è di 12 morti e 38 feriti, di cui 11 agenti delle forze dell’ordine.

Nel caos più completo, il Mend, l’esercito per l’emancipazione del delta del Niger, l’organizzazione che aveva rivendicato l’attentato, esprime il suo rammarico per le vittime in un comunicato diffuso dai quotidiani locali. Il Mend sostiene di non aver mai avuto l’intenzione di uccidere dei nigeriani. Per questo, cinque giorni prima i guerriglieri avevano avvertito il Governo, affinché tenesse la popolazione lontana dai luoghi dell’attentato. Quindi la tragedia, secondo i guerriglieri del Sud, era evitabile.

Di certo, a prescindere dalle responsabilità, chiunque abbia eseguito l’attentato ha raggiunto il suo scopo: “È chiaro che l’attentato è stato un tentativo di destabilizzazione interna per cambiare gli equilibri del potere”, afferma Agata Gugliotta, ricercatrice presso il Rie (Ricerche industriali energetiche) di Bologna e autrice del libro Nigeria, risorse di chi?.

Per di più, l’attacco è stato scagliato a pochi mesi dalle elezioni presidenziali e in una data dal forte valore simbolico.

Jonhatan Goodluck, il presidente ad interim del governo federale, si rivolge ai suoi concittadini solo il giorno dopo la strage di Eagle square. “L’attentato non è stato compiuto dal Mend”, afferma. Poi aggiunge, sibillino: “C’è una mano straniera dietro l’attentato”.

Nel frattempo mette le manette ai polsi di Henry Okah, fino al 2009 considerato il leader dei guerriglieri del delta del Niger. Nei giorni seguenti precisa che Okah avrebbe agito con una task force di nove individui e con l’aiuto di un forestiero, di cui però non verrà mai precisata la nazionalità. Resta comunque oscuro il motivo per cui il Mend avrebbe rivendicato un attentato non suo. Ma, d’altro canto, finora il Mend non si è mai spianto fin nella capitale Abuja, perciò è ugualmente plausibile che chi ha fatto esplodere le autobomba non abbia nulla a che fare con il Mend.

“Probabilmente la realtà non si saprà mai”, commenta Gugliotta. Le inchieste ad Abuja si perdono spesso nel porto delle nebbie della burocrazia e della corruzione.

Nei primi mesi del 2011 sono in programma le presidenziali. Il ventaglio dei candidati è ancora molto ampio, ma fra i contendenti circola un nome non nuovo ai nigeriani: il generale Ibrahim Babangida, a capo del Paese tra il 1985 e il 1993, a seguito di un golpe che non provocò vittime. Colui che segue la sua campagna elettorale si chiama Raymond Dokpesi ed è il magnate della comunicazione in Nigeria. Sul suo cellulare, il 5 ottobre è stato trovato un messaggio di cui le autorità non hanno divulgato il contenuto e che aveva come mittente quel Henry Okah che Jonhatan ha voluto incarcerare come il primo fra i sospettati.

Il rompicapo si complica e se lo si inserisce nel quadro storico politico del Paese, gli indizi che se ne traggono per risolverlo sono ben pochi. È persino complesso descrivere i protagonisti in gioco, come il Mend.

“Non è un movimento classificabile” spiega la ricercatrice del Rie Agata Gugliotta. Il gruppo- continua – nasce nel 2006, sulla scorta dell’esperienza maturata da altri gruppi armati nel sud del Paese nel corso degli anni ’90.  Le popolazioni che abitano le foci del Niger hanno assistito inermi alla devastazione ambientale del loro territorio e non hanno nemmeno mai avuto l’opportunità di usufruire di quel fiume di petroldollari che le multinazionali riscuotono proprio grazie all’oro nero africano.

“Il Mend – prosegue Gugliotta – è più politicizzato e famoso degli altri ma non è detto che sia anche il più potente”. Sono decine, infatti, i diversi gruppi armati che popolano la zona del delta, in un estenuante conflitto contro le grandi compagnie petrolifere occidentali. “Ma è facile strumentalizzare i gruppi armati, Mend compreso” afferma la ricercatrice del Rie. La loro ideologia antimperialista ed ecologista, infatti, secondo alcuni viene spesso piegata per fini politici.

Per Human rights watch, ad esempio, le azioni armate sarebbero un diversivo per distogliere l’attenzione dal malaffare e dalla corruzione che imperano nelle stanze del potere ad Abuja.

In più, all’esterno del Paese, la soglia di attenzione è spesso molto bassa. “I combattenti del Mend – aggiunge Gugliotta – sostengono di aver imbracciato le armi per necessità, per il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale”.

È impossibile rendere conto dell’effettivo sostegno del Mend nel Paese, così come è difficile misurare la generale temperatura del conflitto tra nigeriani e lavoratori dei gruppi aziendali occidentali, i principali bersagli dei commandos del delta. Ne è una prova quanto accaduto a Stefano Loda, ingegnere italiano presso una ditta di general construction: “In cantiere ho avuto a che fare con una rivolta degli operai perché tre loro colleghi erano stati licenziati: siamo stati un pomeriggio barricati nell’ufficio fino all’intervento dei sindacati che hanno sbloccato la situazione”. Il giorno dopo in fabbrica sembrava non fosse accaduto nulla. Al passaggio di Loda e dei suoi colleghi dalla pelle bianca, gli operai gli si rivolgevano loro con il solito “Mornin’ sir”. 

”Per questo – prosegue l’ingegnere – penso che l’operaio nigeriano di Abuja che guadagna 30.000 Naire al mese (circa 150 €) preso singolarmente non abbia nulla contro gli occidentali. Ma cambia completamente quando è messo davanti ad un fattore economico ed è incitato all’odio da gruppi specifici”.

Anche il Mend nelle zone urbane del Paese è poco compreso, “nonostante il movimento sollevi questioni reali e concrete”. “Ma – chiosa Loda – compie azioni a centinaia di chilometri di distanza, in un contesto che un nigeriano medio ha difficoltà a raggiungere”.

di Lorenzo Bagnoli

Foto: Sosialistisk Ungdom – SU

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