A Milano Ong a confronto sull’Aids e l’Africa

mi-aidsafrica02.jpgAccesso e universale sono due belle parole, ma concretamente cosa vogliono dire? A spiegarle ci ha pensato Giorgio Zucchello dell’Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’Aids, una delle realtà che hanno partecipatp alla giornata della Lombardia per la lotta all’Aids organizzata da CoLomba (COoperazione LOMBArdia) in occasione del 1 dicembre.

Di “accesso universale” si è cominciato a parlare da pochi anni, mi-aidsafrica04.jpgesattamente nel 2006 al vertice delle Nazioni Unite.

In discussione il potenziamento della prevenzione, delle cure e dei trattamenti e la decisione di fissare al 2010 l’anno entro cui garantire l’accesso universale ai farmaci per tutti gli ammalati di Aids.

Un appuntamento da rinviare, però: secondo l’ultimo rapporto Unaids, tale obiettivo non potrà essere raggiunto nei prossimi due anni.

A parte questo target, spiega Zucchello, non sono stati fissati obiettivi globali, ma si è cercato di stimolare i Paesi a fissare i propri a livello nazionale, in modo che questi venissero vissuti come vicini e non come qualcosa di imposto dal Palazzo di vetro.

Quando si parla di accesso universale si intende il diritto per tutti alla prevenzione, al trattamento, alla cura e al supporto. Per tutti, dunque, e non solo per gli attuali 9,7 milioni che ne hanno bisogno.

Non bisogna infatti dimenticare le persone che si sono ammalate negli anni precedenti, “perché una malattia come l’Aids ha un inizio ma non una fine” chiarisce Zucchello.

Secondo la definizione comune, quindi, almeno l’80% delle persone che ne avrebbero urgente bisogno e che senza questo accesso rischiano la vita. Da superare la distanza fra le 2.700 nuove terapie erogate ogni giorno e le 6.800 nuovi ammalati ogni 24 ore.

L’Africa subsahariana si trova nella media mondiale per quanto riguarda l’accesso alle cure. Qui, 2 milioni e 120 mila persone ricevono i trattamenti di cui hanno bisogno su un totale di 7 milioni di malati. Ovvero il 30%. Ben più basse le percentuali dell’accesso in altre realtà, come NordAfrica e Europa dell’Est,  dove solo 7000 persone su mi-aidsafrica03.jpg100 mila ricevono le cure necessarie.

Ma pur restando nel range internazionale, quello che spaventa dell’Africa nera sono gli altissimi numeri, un dato davvero crudo che mette il continente sul primo gradino del podio a enorme distanza dagli altri.

Sono dieci miliardi di dollari le risorse disponibili ad oggi, conclude Zucchello, ma 35 quelli che servono da qui al 2010 e 41 quelli necessari entro il 2015.

Uno sforzo economico che non tiene in conto la formazione di risorse umane specializzate e le debolezze dei sistemi sanitari su cui si interviene, settori su cui è assolutamente necessario investire sempre più.

A conferma di quanto detto, l’intervento di Roberto Moretti del Cesvi e di Elisabeth Tarira del St. Albert Hospital dello Zimbabwe.

I due dottori si sono concentrati sul programma PMTCT (Prevention Mother-to-child Transmission) per la prevenzione della trasmissione materno-infantile dell’infezione. Un momento importantissimo per la prevenzione dell’Aids visto che il 90% delle infezioni dei bambini avviene con la trasmissione verticale della malattia dalla madre sieropositiva.

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Un passaggio favorito da situazioni che ancora fanno parte della quotidianità di molte popolazioni africane, come la povertà, la malnutrizione e le malattie. Fattori aggravati dalla mancanza di cure in gravidanza, durante il parto e dopo la nascita.

Il risultato è che su 115 milioni di bambini nati nei Paesi in via di sviluppo, circa un milione e mezzo inaugurano la loro vita con questo terribile fardello sulle spalle.

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