La pena di essere una donna africana

di Samantha Spooner

Nairobi (Kenya) – Quest’anno l’Africa è stata lo scenario di due scioccanti episodi di stupro collettivo nella Repubblica Democratica del Congo.

In luglio e agosto 242 episodi di stupro sono stati denunciati nella zona del villaggio di Luvungi, sebbene si creda ormai che la cifra sia più vicina a 500.

E ancora, le Nazioni Unite hanno recentemente annunciato che tra settembre e ottobre circa 600 persone sono state violentate lungo il confine tra Congo e Angola.

Queste cifre sono un terribile memento del modo in cui i corpi delle donne vengono usati come un altro campo di battaglia e lo stupro come arma di terrore: è uno dei più diffusi atti di terrore, ed è stato anche usato per “curare” l’HIV o sostenere altre credenze; è anche una forma di violenza domestica.

Ovviamente lo stupro non è limitato all’Africa:  coloro che violentano spinti da desiderio sessuale, sadismo o come mezzo di controllo non possono essere circoscritti per geografia, razza o classe.

Womankind Worldwide, un’associazione con base nel Regno Unito, stima che una donna su cinque nel mondo sarà vittima di stupro, o tentato stupro, nel corso della sua vita.

Bisogna comunque notare che lo stupro è prevalente durante i conflitti e in situazioni di instabilità socio-economica: cosa che ne fa un evento sempre più frequente in Africa.

Secondo l’Interpol, il Sudafrica ha il più alto numero di stupri dichiarati al mondo, con quasi la metà delle vittime sotto i 18 anni.

Anche gli stupri di gruppo sono diffusi nel paese, e sembra che il crimine sia una forma di “patto di unione maschile” tra i ragazzi.

Nel 2009, è stato condotto uno studio a livello nazionale dal Medical Research Council sudafricano, in cui un uomo su quattro tra quelli interrogati ha detto di aver violentato qualcuno. Quasi la metà di essi ha ammesso più di un episodio.

È così frequente che il Rape-aXe, un profilattico femminile dentato, è stato lanciato da un dottore sudafricano nel tentativo di aiutare a limitare il problema.

Le statistiche sono scioccanti. www.rape.za, un blog gestito da una vittima di stupro, ha riferito che in Sudafrica nel 2006 ci sono stati quasi 55.000 casi riferiti.

Altri 450.000 casi non sono stati denunciati, se ci si basa sull’ipotesi avanzata dall’Istituto Nazionale per la Riabilitazione dal Crimine secondo la quale viene denunciato solo un caso di stupro su venti.
Si ritiene che anche circa 200.000 casi di stupri infantili avvengano in Sudafrica ogni anno.

Queste cifre elevate possono in parte essere attribuite al mito della “cura virginale”, secondo cui un rapporto sessuale con una vergine sarebbe in grado di far guarire: questa convinzione si diffuse nell’Inghilterra vittoriana del XIX secolo a causa della credenza cristiana per cui la purezza delle martiri vergini sarebbe servita come forma di protezione.

La prof. Rachel Jewkes del Medical Research Council sudafricano ha imputato l’alto numero di stupri agli uomini sudafricani, che nel corso dei secoli sono stati condizionati da forme di virilità basate sull’idea dell’essere forti e duri e sull’uso della forza per imporre dominio e controllo sulle donne, così come su altri uomini.

In altri paesi africani, la situazione è sempre più cupa.

Nel caso egiziano, lo stupro è apertamente usato come mezzo per opprimere gruppi diversi all’interno di una certa società.

L’anno scorso, l’ Assyrian International News ha denunciato casi riguardanti ragazze cristiane copte rapite, violentate e forzatamente convertite all’Islam da una banda musulmana. Queste bande agirono impunemente e il “crimine di conversione” venne ignorato dal governo.

In Kenya, all’inizio di quest’anno, Amnesty International ha pubblicato un rapporto intitolato “Insicurezza e umiliazione: esperienze di donne negli slum di Nairobi, Kenya”.

È emerso che le donne che vivono negli slum avevano così paura di lasciare le loro case che evitavano di usare i bagni pubblici per paura di essere violentate. Ma anche le loro case possono non essere un posto sicuro.

Lo stupro coniugale è rimasto invisibile in Kenya per lungo tempo: le donne non erano in grado di mettere in discussione la pratica perché si pensava che i diritti coniugali di un uomo includessero il diritto di avere rapporti sessuali con sua moglie quando voleva.

Finalmente sono ora in corso delle riforme per cambiare questa percezione, in seguito a un meeting tenutosi a Nairobi quest’anno, dove avvocati dei diritti umani dal Canada, Kenya, Malawi e Ghana hanno gettato le basi per cambiare la situazione legale delle donne africane.

In paesi dove combattono eserciti e fazioni ribelli, come il Lord’s Resistance Army in Uganda e nella RDC o le Forces Democratiques de Liberation du Rwanda in Rwanda e nella RDC, i casi di stupro sono altissimi.

I gruppi di ribelli spesso rapiscono donne e bambini, sebbene essi stessi (per la maggior parte) siano stati precedentemente rapiti, e li usano a scopo sessuale.

Dalla fine del 2008 le Nazioni Unite hanno calcolato che l’LRA  ha rapito più di 2000 persone.

L’attività dei ribelli ha anche causato matrimoni precoci per le ragazze in Uganda, dal momento che sposarsi viene ora considerato un modo per evitare il rapimento: potrai ancora essere stuprata, ma probabilmente verrai lasciata a casa.

In alcuni paesi africani lo stupro è associato a rituali o credenze.

In Ghana e in alcune parti della Nigeria, per esempio, esiste un tipo di schiavitù nota come Trokosi – che letteralmente significa “le mogli sono schiave degli dei”.

La “tradizione Trokosi”, come veniva chiamata, è una pratica per cui le famiglie donano le loro giovani figlie ai sacerdoti del villaggio per “espiare” i peccati commessi dai membri della famiglia. Se non vi è disponibilità di una ragazza, vengono utilizzati, seppur raramente, ragazzi o adulti. Le ragazze possono restare con il sacerdote per anni, e lo sfruttamento sessuale è di prassi.

Il terrore dello stupro è estremamente reale in Africa, e l’orrore dell’atto non può essere compensato sotto slogan di credenze.

Ciò che è maggiormente preoccupante è l’incapacità del continente di comprendere appieno l’estensione di queste atrocità.

Le cifre a disposizione sono solo quelle che sono state denunciate.

Molte vittime di stupro hanno paura di essere escluse dalle loro comunità, e un’alta percentuale di stupri avviene in luoghi remoti dove le donne non sanno come agire in caso di stupro, quindi non fanno niente.

Inoltre, compromessi e accordi extra giudiziari mettono sotto forte pressione la vittima, affinché essa non porti avanti il caso fino alla sua logica conclusione, e così il caso non viene denunciato.

Ciò che sta accadendo è solo la punta dell’iceberg.

Fonte: The Nation (Kenya), 18 novembre 2010

Traduzione di Federica Gagliardi

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