Il lavoro in Italia parla un’altra lingua

C’è chi li addita tra le cause principali della disoccupazione, invece gli stranieri creano occupazione. In anteprima i dati che il Cespi presenterà a Roma il 12 novembre

di Paolo Tosatti

Una volta erano rari come gli elefanti bianchi e concentrati nelle aree dei distretti industriali del Nord, oggi invece sono numerosi e diffusi su tutto il territorio nazionale. Una volta erano isolati dal contesto circostante, oggi invece sono sempre più integrati con i colleghi italiani e con le loro attività. Una volta cercavano di tirare avanti tra mille difficoltà, badando solo a tenere la testa fuori dall’acqua, oggi invece molte di quelle difficoltà hanno imparato a sfruttarle a proprio vantaggio e riescono a crescere e prosperare nonostante la crisi. In barba al mai del tutto superato pregiudizio che li vorrebbe tra le cause principali della disoccupazione, invece che toglierlo, gli stranieri residenti in Italia il lavoro lo stanno creando. Lo mostrano in modo inequivocabile i dati raccolti dall’Osservatorio nazionale sull’inclusione finanziaria dei migranti, secondo cui tra il 2010 e il 2011 il numero dei nuovi cittadini italiani imprenditori è passato da 336.583 a 415.534, arrivando a rappresentare il 10 per cento del totale dei migranti presenti sul territorio nazionale. Una crescita non trascurabile, che procede parallela a quella del numero dei conti correnti da loro gestiti, aumentati del 25 per cento.

Nato dalla collaborazione fra l’Associazione bancaria italiana e il ministero dell’Interno e finanziato dalla Commissione Ue, l’Osservatorio è gestito dal Cespi, il Centro studi di politica internazionale, e rappresenta il primo progetto del genere nel panorama italiano ed europeo. Il suo scopo è quello di fornire uno strumento di analisi e di monitoraggio costante e organico del fenomeno dell’inclusione finanziaria dei migranti nel nostro Paese. I risultati del primo anno di attività dell’Osservatorio saranno presentati a Roma il 12 novembre.

Le aree di indagine su cui si è concentrato il progetto sono state tre:

  1. il lato dell’offerta, con l’analisi del coinvolgimento delle banche e degli istituti di credito;
  2. il lato della domanda, con questionari rivolti a un campione rappresentativo di migranti nelle città di Milano, Roma e Napoli;
  3. lo stato dell’imprenditoria, con una panoramica di tutte le imprese avviate e dirette da nuovi cittadini presenti in quattro territori campione (Milano, Bergamo, Brescia e Roma), e alcuni focus dedicati all’imprenditoria femminile.

Tra le evidenze più interessanti che escono dal rapporto vi è la possibilità offerta dall’imprenditoria di contribuire a tracciare un percorso sui generis di inserimento sociale ed economico, e il ruolo di primo piano che all’interno di questo fenomeno svolgono quelle che gli addetti ai lavori definiscono “catene migratorie”. Come sottolineato dai curatori del dossier, queste “cinghie di trasmissione” fungono infatti da «catalizzatori per l’occupazione e l’integrazione sociale dei membri della propria comunità», agevolando «il passaggio di informazioni» e favorendo la crescita delle imprese.

«Secondo i dati Istat 2011 – spiega il rapporto – il totale degli stranieri in Italia ammonta a 4,2 milioni, il totale degli imprenditori consta invece 415.534 unità (336.583 nel 2010), raggiungendo una propensione media all’imprenditoria di circa il 10 per cento».

Il panorama imprenditoriale fotografato dall’analisi è composito e caratterizzato da uno stretto rapporto con il territorio e comportamenti finanziari molto diversificati in base alla nazionalità. Dal punto di vista geografico, ad esempio, si conferma una maggiore concentrazione di conti correnti attivati da imprenditori stranieri presso le banche nel Nord Italia, dove sono registrati il 67 per cento dei conti attivi; il 34 per cento viene invece aperto nel Centro e il 5 per cento nel Sud.

Da notare che quasi un terzo del totale è intestato a un’imprenditrice donna, con una percentuale che supera il 50 per cento nel caso delle imprese filippine, ucraine, polacche e moldave. Osservando le nazionalità di provenienza dei titolari di un’impresa, invece, quello che emerge è che i più numerosi sono i cinesi (14,6 per cento del totale), seguiti da egiziani (7,2) e albanesi (4,8), mentre in fondo alla classifica si trovano romeni (2,7) e nigeriani (2,6).

Le aziende dirette da migranti sono mediamente più giovani di quelle italiane, visto che hanno quasi tutte meno di dieci anni, ma ciò nonostante nell’ultimo periodo hanno cominciato a mostrare un dinamismo e livelli di integrazione socio-economici tali da permettere «l’avvio di attività economiche imprenditoriali di maggiore complessità». Una dinamica, questa, che le istituzioni italiane e farebbero bene a prendere in adeguata considerazione, visto che se supportata con criterio, potrebbe offrire «un’opportunità in termini di contributo alla ripresa e al processo di internazionalizzazione del sistema economico del Paese», trascinandolo fuori dalla crisi.

 

Fonte: babylonpost.globalist.it, migrantitorino.it

 

 

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