axè.

(“ O Axé é o princìpio vital, a energia que permite que todas as coisas existam”

L’Ascé è il principio vitale, l’energia che permette l’esistenza di tutte le cose.)

“ Madrinha, deixa alguma coisa, vou lavar o carro!” (Madrina, lasciami qualcosa, lavo l’auto!)

axe

Capita sovente ai parcheggi cittadini di Luanda di essere avvicinati da piccoli gruppi di bambini, che ti chiedono soldi e in cambio si prestano a lavarti l’auto, a caricarti la spesa, a fare qualcosa per qualche kuanza (*moneta locale).

Sono gli stessi che vedi per strada, nella rua, durante il giorno, a volte a dormire in angoli di marciapiede, altre volte lì riuniti a scambiarsi bottigliette, lavarsi con l’acqua che esce dal primo tombino aperto, o a scappare dalla polizia, o in qualche rissa improvvisa.

Se ti fermi un attimo, puoi osservarli bene. Sono bambini, maschi, tra gli otto e i tredici anni, forse quindici, mal vestiti, capelli impolverati, malnutriti, drogati di gasolina (la inalano via bottiglia), spesso feriti, occhi rossi e assenti. Chi sono questi bambini? Come vivono: qual è la loro realtà, a Luanda, nella capitale nuovamente più costosa al mondo? Che cosa significa essere “meninos de rua” (bambini di strada) a Luanda?

Essere un bambino di strada significa prima di tutto “rompere tutti i vincoli con la famiglia e vivere permanentemente nella rua” o “ passare cinque o sei giorni nella rua e tornare il fine settimana, o un giorno, o la notte, in famiglia, o in case famiglia, o luoghi di accoglimento”: la situazione che si presenta e’ quella di rischio sociale e personale, di una forma disumana.

Comprendere storicamente il sorgere della fenomenologia del bambino di strada, della marginalità e dell’esclusione sociale, parte da lontano, incrociando molteplici fattori di antropologia, contesto e storia, di aspetti sociali e dinamiche familiari.

Secondo Marcilio, l’origine dell’abbandono del bambino coincide con l’inizio della tratta degli schiavi negri africani, durante il secolo XVII, quando i portoghesi, in cambio di accessibilità al territorio, al Brasile e all’isola di San Tomè, offrivano i propri bambini orfani per la catechesi agli indios e ai figli dei coloni. In seguito, ad essere abbandonati erano i figli di coloni oriundi nati da relazioni extraconiugali, o di giovani ragazze, o di persone in estrema povertà.

Più avanti, era il turno dei figli di schiavi, lasciati nella rua a morire di stenti o divorati dagli animali. Nel XX secolo la Chiesa Cattolica si assume l’incarico di dare una risposta a questa problematica, unendo le forze grazie alla presenza di persone caritatevoli. Ancora oggi, una prerogativa al recupero dalla marginalizzazione, va all’intervento in loco di case famiglie, centri di accoglimento e di formazione, delle strutture della Chiesa.

Certo, l’aspetto del bambino abbandonato risale nel passato anche all’Europa del Nord, la letteratura ci offre uno spaccato delle vie di Londra, con l’indimenticabile romanzo Oliver Twist, di Dickens, che descrive la storia dell’atroce lavoro minorile e delle strade della capitale inglese, nel mondo sociale dei bambini abbandonati, orfani e le condizioni volte alla violenza, nella quale il debole è il bambino più carente.

La Pedagogia Sociale (che nasce in Germania con P. Natorp e l’idealismo kantiano) difende l’educazione per lo sviluppo comunitario, nel quale tutti gli individui partecipano con valenza sociale all’evoluzione della società stessa: questo ramo di pedagogia nasce durante conflitti sociali profondi e in momenti di estrema povertà, provocata dalla violenza, dalla guerra, momenti caratterizzati dall’abbandono di bambini, dall’assenza di lavoro, di abitazione, di dignità.

Da qui nasce il movimento di ricostruzione di una politica di protezione sociale.

La Pedagogia Sociale della Strada, di corrente brasiliana, difende i diritti umani e lavora per i bambini e gli adolescenti, che sopravvivono nelle strade delle capitali, articolando scientificità e pratica attiva educativa per la “desrualização” (togliere dalla strada) dei bambini in stato di vulnerabilità e marginalizzazione.

L’UNICEF, gli agenti nazionali e internazionali della Child Protection, si adoperano per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, promuovendo la sinergia con il settore legale, il coinvolgimento della Giustizia e degli organi di Polizia, che presentano nei PVS ( Paesi in Via di Sviluppo) per il fenomeno di meninos de rua duplici linee di condotta: da una parte documentano la presenza dei bambini, e i loro atti, dall’altra usano ulteriori gravi forme di repressione per contrastarne l’esistenza.

La strada assume diversi significati: nello stesso tempo è dinamica, perché porta a una destinazione, è geografica perché delimita uno spazio dove stare, identifica una mappa territoriale (ovvero, le attività commerciali, residenziali, servizi, scuole, sanità), è relazione perché costruttrice di socializzazione, infatti nei bairros (quartieri) i giovani passano il tempo nella strada, nei giochi, nelle danze e discoteche all’aperto.

Per i meninos de rua, la strada realizza la sopravvivenza fisica e affettiva. Una rapida risposta alla necessità di raccogliere denaro, al fuggire da problemi di casa legati a dinamiche di nuovi nuclei familiari, si trasforma in famiglia, comunicazione, accoglienza.

I bambini di strada sono descritti con termini di “in situazione di rischio”, “ in conflitto con la legge”, “in stato di abbandono”, “in situazione di svantaggio sociale”: la strada li definisce, li indentifica come un registro di nascita, come coloro che vivono nel luogo di perdizione, di criminalità, di invisibilità, dei non – aventi – diritti.

La vita di strada chiude l’inclusione dell’infanzia e l’adolescenza, perché senza documenti, senza famiglia (permanente e tutelante), senza istruzione e senza accesso sanitario, chi sei?

I bambini tutti, i nostri figli, sono l’Axé più prezioso per ogni Nazione. (Axé è anche il saluto tra capoeristi, la capoeira è un’attività sportiva di origine ango – brasiliana).

Settembre 2013. Il World Happiness Report 2013, una ricerca dell’Onu, dichiara l’Angola, il paese africano più felice del continente, al 61° posto mondiale, al secondo posto l’isola di Mauritius, scalata al 67° posto.

Chissà in quale punto d’indagine del report è stato analizzato il fattore vulnerabilità del minore. Quale sia il modello di statistica attendibile, applicato al concetto di cambiamento e felicità.

O, forse, la mortalità infantile nella rua è ormai divenuta sinonimo di felicità.

Isabella Chirico

Fonte: la voce del Trentino

 

 

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