Senegal-Italia: storie di passaporti falsi

Il quotidiano romano “Il Messaggero” riporta una storia di passaporti falsi e di persone che migrano tra l’Italia, l’Europa e il Senegal.

L’articolo è stato ripreso dal sito web meltingpot.org

Traffico irregolari

Da Dakar a Roma con visti falsi: indagato diplomatico italiano

Khady aveva 26 anni e lavorava come parrucchiera a Djilimbaye, il quartiere più vacanziero di Dakar. Una sua cliente molto altolocata un anno fa le fece sapere che pagando si poteva ottenere un visto turistico per l’Italia. Khady non ci ha pensato due volte. Ha riunito la famiglia, genitori, dieci fratelli, parenti, amici. Hanno raccolto 5300 euro, quanto serviva per ottenere di straforo un timbro sul passaporto. Khady è sbarcata a Fiumicino scendendo dalla scaletta di un aereo. Il suo tappeto rosso. La clandestina. Ora Khady fa la cameriera in un ristorante ai Castelli Romani e ogni mese spedisce gran parte del suo stipendio a casa.


Babàcar, invece, di anni ne ha 30. Per fare più o meno lo stesso tragitto ha pagato circa 6mila euro. Il problema è stato far partire l’invitation da Modena poi tutto è filato liscio. L’arrivo in aereo a Parigi, il viaggio in treno verso l’Italia, il lavoro con un contratto quasi sicuro.

Da Ciampino all’Islam. «Non è un mistero, qui lo sappiamo in tanti», ammette, candido, Giampaolo Di Gregori. Dal 2003 vive a Dakar. Non ha paura di ammettere che, «sì, anch’io di persona mi sono trovato coinvolto, mia moglie si è data da fare per aiutare un lontano parente che voleva partire. Ora vive in Italia, non so dove, da clandestino». Ieri Di Gregorio con il suo amico Daniele Rugghia, fratello di Tonino, senatore pd, è andato allo stadio a vedere la partita. La nazionale senegalese contro il Gambia.

In Senegal, Rugghia ci sta dal 2002 e continua a fare più meno quello che faceva prima:il tecnico-operaio. Per Di Gregorio è stata invece una metamorfosi. Era assessore all’Urbanistica di Ciampino quando 5 anni fa gli proposero di dimettersi per trasferirsi a Dakar. La sua mission era impiantare una radio e promuovere la raccolta dei rifiuti affidata dal governo locale ad Ama Senegal.

L’avventura della società italiana, legata a doppio filo alla municipalizzata romana Ama, è finita come si sa. E pure la radio. Cioè male. La gestione è fallita con dolorosi strascichi giudiziari che hanno coinvolto anche la Gicos di Torino. Ma lui è rimasto. S’è sposato con una donna locale, convertito all’Islam, ha cambiato il suo nome in Mouhamed.

Bellezze nere. Dietro la storia dei visti spunta, insomma, uno spaccato molto italo-africano e uno strano intreccio con la dissennata vicenda di Ama Senegal. Società fantasma, costosissimi corsi di formazione, manager caduti in disgrazia e scappati, spregiudicate bellezze nere. Come Marquerite Kaloko, una guineana legata sentimentalmente al diplomatico rispedito precipitosamente in Patria. La donna aveva un milione di euro in contanti e tre ville con affaccio sull’Oceano, a Les Almadies, il quartiere dei ricchi, intestate a suo nome.

L’agente Alfa-Alfa. E, proprio come in un thrilling, non poteva mancare l’ex agente segreto. Il nostro si chiama Aldo Anghessa, ex agente Alfa-Alfa, 64, anni, personaggio che già negli anni ’90 le cronache italiane definivano misterioso. In Senegal ha trovato il suo buen ritiro e fiutato l’affare. Si è aggiudicato l’asta per i mezzi nuovi di zecca che Ama Senegal aveva portato fin qui via mare. Ma senza passare, a quanto pare, per la dogana. Risultato: dieci camion trasportatori e vari automezzi per il movimento terra bloccati in mezzo al deserto. Resteranno ricoperti di sabbia in attesa che si definisca il contenzioso con l’ex 007 Anghessa.

Il testimone. C’è anche questo, dunque, a far da contorno in quest’inchiesta sui visti falsi rilasciati dall’ambasciata italiana di Dakar. La sede impiega anche personale reclutato sul posto il cui ruolo in questa vicenda è da chiarire. Il “timbro” costava 5/6mila euro e ha consentito a migliaia di irregolari l’ingresso dalla porta principale nei Paesi della zona Ue. Un testimone starebbe per sottoscrivere un verbale per consegnarlo alla magistratura locale che ha aperto un fascicolo.

L’attività era frenetica. I visti si stampavano notte tempo in una dependance della nostra sede diplomatica. A creare il “contatto” con i clienti era manovalanza senegalese che incassava circa 150 euro a pratica. Mentre a gestire i dossier sarebbe stata Italafrica s.r.l, una società affiancata da una fondazione.

La Farnesina sapeva. Qualche mese fa per indagare era arrivato in Senegal un ispettore. Primo effetto: il rimpatrio immediato di un diplomatico di rango elevato, un pezzo grosso che ora risulta indagato anche dalla magistratura romana. «È stato lo stesso ambasciatore della nostra sede diplomatica Giuseppe Calvetta – precisa la Farnesina – ad informare il ministero degli Esteri che a sua volta ha provveduto a girare le informazioni alla magistratura».

Fonte: Il Messaggero

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