Sudan: dramma dimenticato dei profughi

L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) chiede maggiore protezione per la popolazione civile del Sudan occidentale terrorizzata dalle aggressioni delle milizie Rapid Support Forces (RSF) controllate dallo stato. Per l’APM, le truppe di pace UNAMID delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza e l’Unione Africana devono prendere atto del fatto che la popolazione civile del Darfur vive nel terrore delle milizie e devono finalmente avviare passi concreti per una migliore tutela delle persone. Senza garanzie per la propria sicurezza le centinaia di migliaia di persone che attualmente vivono nei campi profughi non possono tornare nei propri villaggi ancora distrutti e non vi può essere una pace duratura nella regione.

Lo scorso 10 gennaio un attacco delle milizie RSF al villaggio di Mouli (Stato federale del Darfur occidentale) ha causato nove morti. Durante i funerali tenuti il giorno dopo nella capitale provinciale El Geneina si sono formate proteste spontanee contro la violenza delle forze dell’ordine. La polizia è intervenuta con la forza e nei tumulti che ne sono risultati sono state uccise tre persone con armi da fuoco e altre 27 sono rimaste ferite. L’APM chiede con forza che gli abusi commessi delle forze dell’ordine vengano indagati da una commissione indipendente e che i responsabili delle violenze vengano puniti da un tribunale.

Le milizie RSF sottostanno formalmente ai NISS, i servizi segreti sudanesi. Il governo sudanese è quindi responsabile delle aggressioni compiute dalle RSF così com’è responsabile dell’eccessiva violenza messa in atto da esercito e polizia. Non passa ormai settimana senza che vi sia un attacco delle RSF a villaggi o campi profughi e la violenza delle milizie si dirige in modo particolare contro le donne. In ampie parti del Darfur regna un clima di impunità e di paura. Furto, rapimenti, sequestro arbitrario di proprietà e stupri sono l’arma con cui le milizie diffondono paura e terrore.

Ciononostante il governo sudanese chiede con insistenza lo scioglimento dei campi profughi nei quali attualmente vivono circa 1,7 milioni di persone. Il 28 dicembre 2015 il vicepresidente sudanese Hassabo Abdel-Rahman ha annunciato la chiusura di tutti i campi profughi entro il 2016 poiché, sostiene, “il Darfur si è completamente ripreso dalla guerra e cerca ora stabilità e sviluppo”. Per il governo si tratta anche di diffondere l’immagine di un paese che ha raggiunto la pace. L’organizzazione di auto-aiuto dei profughi “Darfur Displaced and Refugees Association” rifiuta invece l’idea di un ritorno forzato dei profughi ai propri villaggi. Secondo l’APM, lo scioglimento forzato dei campi senza alcuna garanzia di sicurezza comporterà solo nuovi conflitti e nuove violenze nel paese e certo non favorisce una pace duratura.

Fonte: comunicato stampa

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