SELF SERVICE SERVITO – di Luca Pistone

La necessità aguzza l’ingegno. Roma ne è testimone da quando vede per le proprie strade centinaia di ragazzi di ogni nazionalità – in maggioranza pakistana – sparpagliarsi per i distributori di benzina del centro e della periferia.

Il tutto nasce da un’idea tanto semplice quanto geniale. Quando le pompe di benzina chiudono concedendo ai clienti il solo utilizzo del self-service, subentra questo esercito di “vice-benzinai” che offre a modici prezzi i propri servigi.

Automobilista, motociclista o camionista che sia, il cliente, lasciando una piccola mancia – da cinquanta centesimi a un euro – evita di dover scendere dalla vettura, cambiare banconote di grosso taglio, inserirle nel distributore automatico e infine erogare il carburante. Tutto ciò è compito del vice-benzinaio.

Un “self-service servito” a tutti gli effetti.


I gestori delle pompe di benzina non ostacolano questo servizio.

In primo luogo perché i ragazzi, stando sul posto durante le ore di chiusura, assicurano una sorveglianza gratuita dell’esercizio contro i frequenti atti vandalici. In secondo luogo s’impedisce a maldestri clienti di mettere le mani sulla pistola carburante scongiurando eventuali guasti. Da ultimo questi ingegnosi immigrati, sempre automuniti di scopa e paletta, alla fine del “turno” lustrano la propria postazione da cima a fondo.


L’orario di lavoro varia con quello di chiusura del gestore del distributore. Solitamente nell’arco delle ventiquattro ore ci sono due turni, uno diurno e uno notturno. Il primo, più breve, corrisponde alla pausa-pranzo del gestore – dalle ore tredici alle sedici, mentre quello notturno va pressappoco dalla chiusura dell’esercizio – alle diciannove – fino a un orario che va a discrezione del vice-benzinaio.


Stando alle voci dei vice-benzinai, i guadagni variano di giorno in giorno. Una macchina ogni quarto d’ora. Otto ore lavorative giornaliere. Pertanto se si considera che in media la mancia lasciata è di settantacinque centesimi e che sempre in media i fruitori del “self service servito”, tra turno diurno e notturno – ammesso che quest’ultimo termini verso la mezzanotte – sono novantasei, il guadagno quotidiano totale si aggira attorno ai settantadue euro.

Non male se si tiene in conto che un cameriere italiano, in un ristorante di medio livello di Roma, percepisce solo una trentina di euro per le fatiche di una serata. Trattasi di soldi puliti, esentasse e nonostante ciò invisibili a molti.


A molti ma non a tutti. Esponenti di associazioni malavitose italiane e straniere hanno messo gli occhi su questo lucroso negozio. Tali personaggi ramificano il loro controllo all’interno delle comunità meno coese e affiatate.

I senegalesi sono i più colpiti da queste infiltrazioni.

Di volta in volta si siglano accordi tra questi criminali e i rappresentanti delle comunità: in cambio di una percentuale delle entrate del servizio self-service, i mafiosi ricorrono alle proprie conoscenze in ambienti altolocati per procurare gli agognati permessi di soggiorno e favori burocratici. Non è dato sapere oltre.


Nei gruppi più solidi – pakistani, indiani, curdi – la situazione è radicalmente distinta. Le più illustri autorità gestiscono gli affari senza interferenze esterne.

Dopo essersi assicurati una zona con un considerevole numero di distributori di benzina, selezionano i futuri vice-benzinai tra numerosi candidati e anche in questa sede le conoscenze sono basilari. Essere parente di una figura prestigiosa assicura il posto di lavoro.

Altro parametro seguito nella distribuzione degli impieghi è il bisogno: le famiglie più indigenti propongono i propri “rampolli” alla candidatura e viene preferito colui che proviene dagli strati più modesti. Una sorta di gara al ribasso.

Dietro un fenomeno di tale portata si celano storie ed esperienze uniche.


Garbatella. Distributore Agip. Ardashir è un trentacinquenne pakistano giunto in Italia da due anni. È molto rispettato dai suoi amici – disoccupati – che passano le serate in sua compagnia alla pompa di benzina. È molto diffidente Ardashir; un italiano che con una macchina fotografica in mano continua a fargli domande lo agita.

Prima di ogni incontro fa sempre una rapida telefonata in urdu: ottiene il permesso di sbottonarsi un po’. Capisce che non si tratta di polizia e col tempo l’agitazione si tramuta in fiducia. La comunicazione è affannosa. Ardashir in patria non ha mai imparato l’inglese e attualmente non ha molto tempo per frequentare il corso d’italiano per stranieri di piazza Vittorio.

Una storia comune a molte la sua: appartamento da dividere con sei connazionali, il primo del mese in Western Union per spedire i soldi a casa, la percentuale degli incassi da donare alla comunità.

È rispettato da tutti Ardashir; da tutti i pakistani. Almeno una volta al mese una Peugeot carica di teste rasate poco più che adolescenti, rallentando in prossimità del suo distributore, caccia dal finestrino un fucile ad acqua e fa fuoco verso Ardashir e i suoi amici. Un fucile ad acqua carico di urina.

Urlano « famme er pieno de piscio ». Ridono e scappano. Ardashir e compagni passano oltre anche perché non potrebbero fare altrimenti. Uno dei ragazzi che vive da molti anni in Italia e che parla solo un esitante romanesco sdrammatizza sempre con la frase « mò famo ronde pakistane ».

Monteverde. Distributore Tamoil. Saliou è un ventottenne senegalese approdato in Italia con un regolare visto turistico scaduto ormai da un anno e mezzo. Clandestinità. Rimini la sua prima meta: qui il lavoro da venditore ambulante non manca. Da pochi mesi risiede nella capitale dove ha raggiunto il cugino Moussa e la cugina Idrissa.

Vivono ammassati in una stanza. I cugini lo vanno spesso a trovare al distributore. Idrissa è una ragazza bellissima. Se ne accorge anche il gestore della pompa di benzina. Prestazioni sessuali in cambio del permesso per Saliou di continuare a lavorare senza intoppi. Saliou, Moussa e Idrissa non ci stanno e si rivolgono alle alte sfere senegalesi in combutta con poteri forti. Il gestore non avanza più proposte indecenti ma Saliou s’è visto lo “stipendio” ulteriormente decurtato per il disturbo recato ai vertici.


San Paolo. Distributore Esso. Hashim è un trentottenne kosovaro che ha vissuto la guerra e che ha perso tutto. In Italia da otto anni, vive in una Renault semi-carbonizzata. Ciò che guadagna col self-service non gli basta neanche per sfiorare due pasti al giorno.

I suoi aguzzini di cui non rivela nomi e origine gli chiedono percentuali sempre più alte. Hashim non può lamentarsi, è solo « un pezzente che vive in un rudere a quattro ruote ». Così dice il boss. Hashim cerca di arrotondare, deve farlo.

Quando vede che il viavai al distributore si attenua, si precipita al semaforo all’angolo della strada con una pezza umida in mano e per pochi centesimi di euro si offre di pulire i fari delle vetture che si fermano al rosso. Un doppio lavoro. Un occhio al distributore e uno al semaforo.

Hashim arrotonda, rimedia i due pasti giornalieri. Tutto fila liscio fino a quando il boss viene a saperlo: mai e poi mai lasciare la pompa di benzina incustodita, è il primo comandamento dei vice-benzinai.

Per di più ci sono precisi accordi con la “mala dei lavavetri” che non gradisce intromissioni del genere. Brutalmente malmenato per l’imperdonabile affronto, perde di nuovo tutto. Ora Hashim si aggira nei pressi della metropolitana San Paolo elemosinando un pasto.


Testimonianze come queste si ripetono di distributore in distributore, di semaforo in semaforo.

I vice-benzinai costituiscono una categoria vulnerabile, esposta a ricorrenti episodi di razzismo e di mafia.

Basterebbe che i gestori delle pompe di benzina si assumessero le proprie responsabilità nei confronti di questo fenomeno da loro stessi fomentato.

Riconosciuta – tra l’altro a prezzi modici – e tutelata, una considerevole fetta della popolazione immigrata di Roma potrebbe finalmente imbattersi in ciò che in un qualsiasi paese civile è chiamato diritto al lavoro.

Un’utopia perennemente boicottata da italiani e connazionali.

VICE-BENZINAI PAKISTANI

Come in ogni lavoro l’organizzazione è di vitale importanza. Non bisogna lasciare nulla al caso.

La nazionalità più metodica ed efficiente è senza ombra di dubbio quella pakistana. I pakistani negli anni hanno infatti articolato rigide regole nella conduzione di questa attività.

Si ragiona per quartieri. Ogni comunità si accaparra un quartiere. Le pompe di benzina di Garbatella, Eur, San Giovanni, San Lorenzo, Pigneto, Centocelle e Cinecittà sono le roccaforti pakistane. In seguito a taciti accordi interetnici nessun altro può metterci le mani.

Le prescrizioni pakistane prevedono per ogni erogatore di carburante due “impiegati”, uno per il turno diurno e uno per quello notturno. I due possono scambiarsi i turni di lavoro a proprio piacimento: prioritario è non lasciare mai incustodita la stazione di servizio.

È raro che capiti, ma qualcuno di un’altra comunità potrebbe approfittarne per avanzare diritti nel sostituire i “legittimi” vice-benzinai. Se durante la sessione lavorativa il vice-benzinaio è obbligato ad allontanarsi dall’insediamento, è sufficiente uno squillo di cellulare per l’arrivo di un sostituto fratello-cugino-zio. Tutta la famiglia è responsabile dell’operato del vice-benzinaio, l’onore dei suoi membri non può e non deve essere messo in discussione.

I pakistani, a differenza dei vice-benzinai di altri paesi, offrono un ulteriore servizio alla propria clientela: il classico lavaggio del vetro. Attrezzati di acqua, sapone, secchio, spugna e paletta, stanno però avendo seri screzi coi lavavetri piazzati ai semafori nei pressi dei distributori.

L’ennesima guerra tra poveri per le vie della capitale.

di Luca Pistone (pistonephotographyATgmail.com – www.pistonephotographyATgmail.com)

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