No Mandela non è il mio eroe

Lezione di Geostrategia Africana n° 69

NO MANDELA NON E’ IL MIO EROE

di Jean-Paul Pougala
Traduzione di Piervincenzo Canale

Mandela è stato inumato l’altro ieri 15/12/2013 secondo il rito della spirituralità africana non-deista: un bue è stato sacrificato per accompagnarlo nel mondo degli antenati, il che è molto buono, in un’Africa in cui gli intellettuali si muovono per farsi seppellire secondo i riti cristiani o musulmani degli oppressori.

Contrariamente alla cultura islamico-giudeo-cristiana della gerarchizzazione della società finanche dei defunti, la condivisione, l’uguaglianza tra gli esseri umani e il culto/il posto assegnato ai nostri morti costituiscono la base della società tradizionale africana. Sebbene alcuni occidentali avessero voluto fare un pellegrinaggio sulla tomba di Mandela, la cultura africana non lo ha permesso loro. Non è stato possibile perché in questa cultura, ogni morto è uguale ad un altro ed ognuno al suo stesso avo, che è un suo genitore, un suo familiare diretto. Mandela diventa l’antenato dei suoi bambini, dei figli dei suoi figli, dei suoi cugini, dei suoi nipoti, ecc. Non l’antenato supremo dei sudafricani. Visto che ognuno ha i propri antenati, anche Steve Biko è l’antenato dei suoi familiari proprio come Mandela.

Ed è questa concezione del mondo della condivisione come base della coesione sociale che è all’origine della lotta che ha condotto Mandela per 27 anni dietro le sbarre. Coloro che hanno definito Mandela un comunista semplicemente non hanno capito che la tradizione africana non ha avuto bisogno di leggere Karl Marx per capire che l’ingiustizia sociale è il peggior nemico di ogni società, ben peggiore di qualsiasi nemico straniero. Ed è per aver tradito questo principio africano della lotta per la condivisione delle risorse sudafricane che Mandela ha fallito la sua missione. Sembra che sia stato messo in prigione perché il suo popolo moriva dalla voglia di avere un europeo come amico, o come vicino. No, quegli europei si sono dimostrati dei ladri, dei mafiosi, degli strozzini delle ricchezze del Sudafrica. Uscito di prigione, Mandela ha dato l’impressione che sarebbe bastato dire allo strozzino di lasciarci dormire in pace nelle toilettes e non invece di restituirci un minimo delle nostre stesse ricchezze.

Non è importante sapere se Nelson Mandela sia un eroe per Pougala o meno. E’ più importante chiedersi se sia stato un eroe per il suo stesso popolo. Come ha vissuto il suo popolo questi baratri di comportamento tra la miseria quotidiana e l’immagine che le popolazioni europee proiettavano di lui?

Per capirlo, torniamo al giorno della cerimonia ufficiale nello stadio di Soweto. Questo stadio che era disperatamente vuoto. Togliendo i 90 capi di stato e le loro delegazioni, alcuni sono finanche venuti con 2 aerei come il capo di stato francese. Aggiungendoci i numerosi giornalisti che facevano 8 ore di fila per avere l’accredito, si constata l’ampiezza del disinteresse della popolazione nera sudafricana per quest’uomo. Ma ciò che mi ha colpito di più non è ciò che è successo allo stadio principale. E’ piuttosto ciò che è successo nell’altro stadio di Orlando, e peggio, ciò che non è successo. In questo stadio, erano stati installati degli schermi giganti per accogliere i numeri sudafricani che non trovavano spazio nello stadio principale e anche questo stadio è rimasto vuoto, col disturbo di tutti quei giornalisti occidentali ai quali la redazione aveva dato loro la linea per raccontare il clima dello stadio e tutti erano costretti ad inventarsi delle storie con la loro immaginazione poiché non c’erano attori per il loro film, la popolazione aveva semplicemente disertato. Quindi si può dire che Mandela fosse più un eroe dei bianchi che dei neri, ma perché?

« L’arma più potente nelle mani dell’oppressore è lo spirito dell’oppresso.  »

Steve Biko
Aggiungo che la più grande intelligenza dell’oppressore è la sua capacità di mettere l’oppresso al servizio stesso dell’oppressione. E per di più, infine, che siano finanche contenti di farlo.

Nelson Mandela è quest’oppresso che ha completamente rivoltato il suo abito per mettersi risolutamente al servizio dell’oppressore. E’ stato due volte più pericoloso dell’oppressore, perché agendo per procura contro il suo stesso popolo, quest’ultimo aveva già abbassato la guardia, convinto di avere uno dei loro nella stanza dei bottoni.

Errore! Errore gravissimo. Questa persona al comando non è più a suo servizio, ma è completamente manipolata. Mandela era al servizio dell’oppressione per il solo e unico obiettivo, quello dell’accaparramento delle enormi risorse naturali del paese, al servizio di una manciata di uomini e donne venute d’Europa, al servizio di una minoranza benestante, sempre avida di denaro e di sangue di questo popolo doppiamente tradito.

Questo stesso Mandela, il bombarolo, che ha fatto il giro dell’Africa e ha imparato soprattutto in Nordafrica tutte le teniche per commettere attentati, al fine di costringere lo straniero, l’oppressore, a lasciare le concessioni e condividere le ricchezze del paese, del suo paese. 27 anni di prigione sono stati sufficienti per cancellare le sue rivendicazioni per una società giusta. Mandela si è messo al servizio di un sistema ignobile d’ingiustizia e di esclusione, uno dei peggiori del mondo. Ed ha preferito diventare il campione della futilità democratica. E’ diventato l’utile idiota che si usa per vendere la democrazia occidentale.

Ma visto il risultato, è una bugia che il venditore ha detto a se stesso. Vantare il merito della democrazia prendendo l’esempio del Sudafrica di Nelson Mandela, mi è sempre sembrato un cattivo scherzo o un atto di cinismo che non dichiara il suo nome poiché, come dico da diversi anni: votare non ha mai cambiato il destino di un popolo, votare non ha mai cambiato un paese. E la sorte delle popolazioni africane del Sudafrica prima e dopo l’orribile violenza dell’apartheid con le complicità dei paesi occidentali, ipotetici campioni della democrazia, è là per dimostrarlo.

Il presidente dell’ANC, Oliver Tambo, ha scritto quanto segue dopo l’uscita di prigione di Mandela:

“La lotta per la libertà deve continuare fino a quando non sarà vinta; fino a quando il nostro paese non sarà libero e felice e in pace in mezzo alle comunità umane, non possiamo riposare.”
In altre parole, “la nostra lotta per la libertà deve continuare fino alla vittoria, fino a quando questa nostra comunità non sarà libera e felice”.

Domanda: l’ANC di Mandela ha vinto o ha perso la battaglia che aveva iniziato per liberare il suo popolo e renderlo felice? Il popolo sudafricano è felice? Paragonato al periodo dell’apartheid, vive meglio oggi o prima? La risposta è inequivoca: Mandela ha perso, l’ANC ha perso. E questo sotto diversi aspetti.

A dieci giorni dalla morte dell’ex presidente sudafricano, i media occidentali lo hanno già canonizzato, sottolineando di fatto la soddisfazione dell’establishment per quest’africano che si è ben comportato, cioè come il sistema dominante si aspettava da lui. Finanche gli africani sono numerosi in questo.

WINNIE MANDELA – UN DIVORZIO NON CHIARO

Quando Nelson si separa da Winnie, il motivo ufficiale è l’infedeltà. Quest’ultima l’avrebbe tradito con un giovane avvocato. Quest’atto è sicuramente la prova per dispiegare i miei sospetti secondo i quali Mandela aveva stipulato un accordo per diventare un maestro di cerimonie e non un vero presidente.

Imaginate l’uomo che ci è sempre stato presentato: tanto buono, tanto generoso, tanto paziente, capace di perdonare coloro che gli hanno levato 27 anni di vita, capace di perdonare coloro che hanno torturato e ucciso quasi tutti i suoi compagni di lotta. Immaginate lo stesso uomo, che perde la testa per una storia di donne, indispettirsi per una storia di gelosia, fino al punto di escludere sua moglie dal cerchio più vicino del suo entourage, durante la sua investitura alla presidenza della Repubblica del Sudafrica. Questa donna che per 27 anni ha lottato, ha fatto il padre e la madre per i bambini, è stata in prigione, ha organizzato le manifestazioni, i boicottaggi, ecc. E’ troppo per non essere sospettosi. Il documentario proiettato all’indomani della morte di Mandela dal canale  Arte-Tv intitolato “Nelson Mandela – Il riconciliatore” venerdì 06 dicembre alle 20.50 (documentario di 111 min) ci dà un frammento della vera verità. E’ il pessimo accordo siglato da Mandela con i suoi carcerieri che è all’origine della rottura con sua moglie. Winnie Mandela ha rimproverato suo marito per aver tradito il popolo.

Secondo questo documentario, la storia rimonta a qualche mese prima la liberazione di Nelson Mandela. Quest’ultimo è trasferito senza alcuna spiegazione, dalla sua prigione, separato dai suoi compagni di 26 anni di prigione, verso una residenza privata, di lusso, con giardino e piscina. Ormai, è qui che devi stare, è il posto che spetta al tuo rango, gli era stato detto. Presto detto, presto fatto. Mandela si è installato confortevolmente, come se fosse a casa sua. Sua moglie Winnie viene portata dai servizi segreti sudafricani in questa villa. E’ il giorno J, per Mandela, di consumare la sua prima notte d’intimità con sua moglie dopo 26 anni di attesa. Ma Winnie rifiuta. Quel giorno il matrimonio tra i due finisce. Winnie visita tutte le stanze della residenza senza parlare, va a bordo piscina, guarda gli alberi con le ampolle colorate. E ritorna a dire a Nelson che non si sente a suo agio e che vuole rientrare. Winnie aveva capito che suo marito era stato comprato.

Winnie sarà prudente e non passerà una sola notte là dentro. Ma altre persone saranno meno prudenti, ovviamente i membri dell’ANC che si alterneranno in questa villa per raccontare con gioia al loro ex capo le ultime notizie dalla strada, gli attentati, i bloccaggi, le complicità di cui godono all’interno della comunità bianca, ovviamente tra i militanti bianchi comunisti. In seguito si scoprirà che la villa era piena di microfoni dei servizi segreti sudafricani, e che finanche gli alberi in giardino erano equipaggiati con microspie. E’ così che finanche prima di proporre a Mandela il negoziato, il signor Botha inizialmente e De Klerk in seguito, avevano già raccolto il massimo d’informazioni su Mandela e le strategie che volevano sviluppare. In ogni negoziato, se potete anticipare le debolezze del vostro interlocutore, avete vinto la partita. Ed è così che tutto si concluderà al ribasso per la comunità nera, poiché i bianchi non hanno concesso niente alle rivendicazioni dell’ANC.

La cosa più sorprendente per tutti i membri dell’ANC è che Mandela ancora incarcerato ha deciso di negoziare con i suoi carcerieri il futuro dell’ 80% della popolazione sudafricana senza coinvolgere nessuno all’interno del partito che aveva portato la sua bandiera per 27 anni per non dimenticarlo, affinché non fosse ucciso in prigione. Nessuno sa cos’è successo veramente. Non ha mai dato spiegazioni a proposito di questa decisione.

E poi arrivò il giorno della liberazione. Una vera mess’in scena con una recita degna dei film di Hollywood: Winnie che sa che il signore ha tradito tutti è ugualmente là mano nella mano e solleva l’altro braccio col pugno chiuso. Ciò che il popolo non sa in quel momento, è che Mandela non usciva minimamente di prigione. Ha talmente amato quella casa che ne ha fatto una copia nel suo villaggio natale dov’è stato seppellito. Il seguito degli eventi, lo conosciamo: rinuncia al programma dell’ANC che stipula neri e bianchi sulla carta della libertà (freedom charter) della redistribuzione delle terre, della nazionalizzazione delle imprese strategiche nei settori delle miniere e dell’energia.

Niente di tutto ciò. Al suo posto, abbiamo la più grande mascherata mondiale d’insulti alle vittime della schiavitù, della colonizzazione e dell’apartheid. Banalizzare a tal punto la sofferenza di un intero popolo fino a domandare alle vittime della violenza cieca dell’apartheid di testimoniare per dire come avessero fatto ad applicare il loro istinto per proteggersi dal sistema di sfruttamento. E’ il supplizio che il popolo nero sudafricano ha gratuitamente subito a causa della loro guida: Mandela.

Ciò che è strano è che questa commissione non ha per niente fatto luce sull’assassinio delle figure di primo piano dell’ANC come Steve Biko. Non ci ha detto chi, tra le fila dei servizi segreti sudafricani, ha dato l’ordine di uccidere il primo ministro svedese, Olof Palme,  venerdì 28 febbraio 1986, alle 23.21, per la sua lotta contro il sistema odioso dell’apartheid. Peggio, la CRV [Commissione Verità e Riconciliazione, NdT] non ha minimamente cercato di sapere cosa facesse la spia boera Craig Williamson a Stoccolma il giorno dell’assassinio di Palme. La farsa della CVR non ci ha neanche detto che genere di sostanza tossica è stata iniettata al presidente fondatore del PAC, Sobukwe, durante i suoi anni di prigione, affinché alla sua uscita di prigione, nel 1969, morisse a fuoco lento fino a passare nell’aldilà nel 1978? In seguito, chi ha assassinato il suo successore in esilio, David Sibeko, il 12 giugno 1979, a Dar-es-Salam in Tanzania?  La CRV non ci ha detto su come i servizi segreti sudafricani abbiano sabotato l’aereo del presidente mozambicano, Samora Machel, causandone la morte nel 1984, a causa del suo sostegno all’ala armata dell’ANC sul suo territorio, con campi di addestramento. E, soprattutto, chi ha dato l’ordine di uccidere il presidente mozambicano?

La Commissione Verità e Riconciliazione.

Preso dalla Commissione Verità e Riconciliazione (CRV), l’Istituto Olandese per l’Africa Australe, diretto da un certo Peter Hermes, per fare luce sull’omicidio a Parigi della rappresentante del Congresso Nazionale Africano (ANC) in Francia, dichiara in un suo rapporto alla commissione:

«Dulcie September è stata uccisa il 29 marzo 1988 dai servizi segreti sudafricani con la complicità dei servizi segreti francesi (…) Dulcie September era un obiettivo facile per i servizi segreti sudafricani i quali credevano che il movimento antiapartheid non era abbastanza forte in Francia per organizzare delle manifestazioni a Parigi, a differenza di Londra o Amsterdam. Ma il vero motivo dell’omicidio potrebbe essere proprio un altro: Dulcie September s’interessava troppo da vicino al commercio di armi tra Parigi e Pretoria.»

Domanda: Perché la commissione non ha preteso dalla Francia di fornire delle spiegazioni e di chiedere scusa al popolo nero sudafricano? O al suo ministro dell’interno dell’epoca Charles Pasqua il cui nome è citato nel rapporto? O forse questo marchingegno serviva solo a confondere i carnefici con le loro vittime?

Per combattere la violenza psicologica di una simile iniziativa sulle ferite delle vittime già traumatizzate dai troppo lunghi anni di violenza poliziesca e militare dell’apartheid, era necessario chiedergli anche di testimoniare, in cambio dell’armistizio generale. La domanda che mi ha sempre mosso a questa proposito è: perché gli occidentali che hanno suggerito a Mandela una simile commissione di riconciliazione non l’hanno mai applicata a casa loro? Eccone degli esempi

QUALI COMMISSIONI IN EUROPA ALLA FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE?

IN GERMANIA : Processo di Norimberga

Il processo di Norimberga si è tenuto dal 20 novembre 1945 al 1 ottobre 1946 per giudicare 24 uomini del Terzo Reich, definendo il Nazismo come un crimine contro la pace e un crimine contro l’umanità.

La cosa più curiosa è che il tribunale s’inventa dei poteri che non ha, emette sentenze retroattive. In altre parole, questo tribunale speciale, costituito sulla base di nessun testo giuridico internazionale, viola tutte le convenzioni per ottenere l’unico obiettivo di segnare una rottura col periodo triste del nazismo e gli uomini che l’hanno incarnato.

Il 1 ottobre 1946, arriva il verdetto: tutti i ricorsi di grazia vengono rigettati. Diverse le condanne pesanti, di cui 12 a morte. Diversi detenuti si suicidano prima della fine del processo. Il 16 ottobre i condannati vengono impiccati subito subito.

Il processo di Norimberga farà una vittima memorabile: un innocente sarà dichiarato colpevole, prima di rendersi conto dell’errore qualche anno dopo. E’ il caso dell’ufficiale Alfred Josef Ferdinand Jodl, nato il 10 maggio 1890 a Wurtzbourg e impiccato il 16 ottobre 1946 a Norimberga. Il 2 marzo 1953, cioè quasi 7 anni dopo la sua esecuzione, il tribunale di Monaco lo dichiarerà innocente. Troppo tardi, lo hanno già impiccato in fretta e furia, per chiudere il capitolo del Nazismo.

Perché coloro che hanno giudicato utile instaurare un tribunale a Norimberga in Germania, per giudicare i leader di un sistema di violenza e discriminazione come il Nazismo, applaudono al fatto che in Sudafrica non si faccia lo stesso alla fine dell’apartheid? Ci sono due pesi e due misure ogni volta che si tratta di applicare le regole elementari di rispetto dei diritti dei neri?

IN FRANCIA? L’epurazione

Per il Generale de Gaulle, incoraggiato e sostenuto dagli americani e dai britannici, chiunque sia stato complice degli occupanti tedeschi non meritava di vivere. Non bisognava permettere che queste persone poco raccomandabili potessero inquinare il nuovo corso della storia con i loro comportamenti devianti e complici con dei criminali del regime precedente. La Francia ha così, una volta terminata la guerra, messo in pratica una delle epurazioni più crudeli della storia dell’umanità. Secondo la prima pagina del quotidiano francese le Figaro del 6 Aprile 1946, il milione di francesi che aveva manifestato la benché minima simpatia con l’occupante durante la guerra è stato arrestato e imprigionato, cioè 1/10 della popolazione attiva, precisa il quotidiano. In soli 2 anni, più di 100.000 di quei prigionieri saranno uccisi e i loro beni confiscati.

Nel numero speciale della rivista “Défense de l’Occident”, uno studio uscito nel 1951 sul fenomeno dell’Epurazione afferma quanto segue: « se si facesse rientrare nel calcolo le persone che sono state colpite dall’Epurazione professionale, che hanno perduto il loro status, sia sotto la pressione dei sindacati, sia per altre cause dovute all’applicazione della legislazione dell’epurazione, il numero dei francesi che ha perduto il suo status o il suo sostentamento a causa dell’Epurazione, supererebbe ampiamente 1 milione di persone».

Quante persone sono state uccise dall’epurazione?

Per saperlo torniamo al febbraio 1945 quando il ministro francese dell’interno del governo di De Gaulle, il socialista Jean Tixier, rimette al colonnello Dewavrin, i rapporti dei prefetti, in cui era chiaramente indicato che, a partire da giugno 1944 a febbraio 1945, sono 105.000 i francesi che sono stati uccisi su ordine del Generale De Gaulle, per complicità col nemico durante la guerra.

Ed è nel 1951 che arriverà la legge di riconciliazione nazionale, detta legge Minjoz del 5 gennaio 1951 per graziare tutti i crimini commesi fino al primo gennaio 1946 dai luogotenenti di De Gaulle. Questa commissione di riconciliazione non era nient’altro che l’autoamnistia di coloro che avevano appena preso il potere, nel caso in cui a qualcuno venisse la cattiva idea di avventurarsi e portarli in tribunale.

L’Epurazione non ha risparmiato nessuno, finanche i militari sono stati pesantemente toccati. Si calcola che su 30.000 uomini armati, 20.000 sono stati vittime dell’Epurazione.

Perfine la stampa è stata epurata, tutti coloro che avevano scritto la benché minima frase positiva a proposito dell’Occupazione nazista erano stati immediatamente arrestati. La maggior parte della case editrici francesi sono state semplicemente chiuse.

AZANIA

Durante il periodo dell’apartheid, c’era una parola d’ordine tra i capi di stato africani: mai usare la parola Sudafrica per riferirsi al paese in cui Mandela era tenuto in prigione, ma AZANIA come l’avevano voluto i due partiti  anti-apartheid messi fuori legge contemporaneamente, l’ANC e il PAC (Pan Africanist Congress), che sarà finanche ribattezzato: “Pan Africanist Congress of Azania”, sottolineando il fatto che un paese non può chiamarsi  EUROPA DEL SUD, ASIA DEL SUD O AMERICA DELSUD. Ci avevano detto che il giorno in cui i neri avessero vinto la battaglia, il paese sarebbe diventato AZANIA ed è ciò che ha provocato il fatto che in tutti i discorsi ufficiali a Kinshasa, Nairobi, Dar-Es-Salaam o Yaoundé, i capi di Stato utilizzavano sistematicamente il nome Azania per parlare del Sudafrica, per evidenziare la loro adesione alla lotta sia del PAC che dell’ANC. Fino al giorno in cui un certo Nelson Mandela è uscito di prigione e senza dare spiegazioni a chicchessia ha dimenticato il nome Azania per utilizzare anche lui, come i boeri, la parola Sudafrica. La sorpresa di tutta l’Africa fu enorme visto che, per tenere la fiamma sempre viva, aveva seguito alla lettera le indicazioni dell’ANC e dell’altro partito anti-apartheid, il Congresso Panafricano (PAC). Non ci fu neanche una conferenza stampa per spiegare quest’improvviso cambiamento.

BANCA CENTRALE SUDAFRICANA

In tutto il continente africano, il Sudafrica è l’unico paese in cui la banca centrale è nelle mani dei privati. Ciò vuol dire che i neri che hanno lottato per anni per rivendicare il loro diritto sulle loro risorse ad un certo punto ecco che si vende loro la buona novella secondo la quale Mandela ha fatto dei miracoli ma nei fatti quel popolo si ritrova immerso in una delle peggiori dittature economiche e razziali del continente africano. Infatti sono gli stessi razzisti di ieri che stampano i soldi usati da tutti i sudafricani. Mandela non ha giudicato utile attaccarsi a quest’anomalia tutta sudafricana.

Erroneamente si potrebbe credere che si tratta di un problema tutto sudafricano e che si limita solo al Sudafrica. Sfortunatamente, il Sudafrica è il laboratorio in cui si sperimentano la maggior parte delle cose che saranno applicate ovunque in Africa subsaheliana. Qui di seguito vedremo come.

PUBBLICO E PRIVATO IN SUDAFRICA, PREDATORI IN AFRICA

Qui in Camerun ci sono 2 operatori privati di telefonia mobile: l’operatore sudafricano MTN e l’operatore francese Orange. Ho sentito persone dirmi di preferire MTN perché è un’azienda africana. Ho avuto difficoltà a spiegare loro che MTN e Orange hanno gli stessi azionisti e che traggono dallo stesso mercato camerunese, gli stessi profitti. Questi azionisti, che risiedano in Sudafrica o in Europa, hanno tutti la stessa origine: europea.

Nel settore finanziario, per esempio, sia il pubblico che il privato si comportano come dei predatori per mettere le mani sul settore finanziario di tutta l’Africa, giorno dopo giorno. La strategia comincia col salvataggio di alcune banche che sono alla ricerca disperata di liquidità e, in seguito, dato che non possono rimborsare, è la società sudafricana che entra così nel capitale della banca che era stata presa di mira. Spesso, anche quando la banca può rimborsare i suoi debiti, la società sudafricana non vuole più i suoi soldi. Tutto ciò che le interessa è di entrare nel capitale della società africana in questione. E’ ciò che è successo alla banca togolese Ecobank creata in Togo nel 1985, che, con la sua presenza in 32 paesi africani, può vantare di essere la banca più diffusa sul continente. Nel 2011, questa banca, quotata alla borsa di Johannesburg, incrocia la strada di un’istituzione che gli africani non conoscono, ma che è il peggior predatore di tutto il continente, è la Public Investment Corporation (PIC). Perché è un’istituzione pubblica gestita direttamente dal governo sudafricano. E’ un fondo sovrano creato nel 1911 per gestire i fondi pensione dei pensionati della funzione pubblica sudafricana. E chi sono questi pensionati? Per il 95% sono, ovviamente, le popolazioni bianche che hanno servito il regime odioso dell’apartheid. Il suo bottino di guerra è colossale a livello africano, capace di mettere in ginocchio qualsiasi impresa pubblica o privata. E’ dotato di una liquidità di 1000 miliardi di Rand sudafricani, cioè di circa 100 miliardi di dollari. Nell’aprile del 2012 la PIC diventa primo azionista di Ecobank aggiudicandosi il 20% del suo capitale.

Quando, nel settembre 2013, Ecobank rende pubblici i risultati dei primi 3 trimestri dell’anno con 250 milioni di dollari di profitto, in rialzo del 65% sull’anno precedente, è la banca sudafricana Nedbank che si è fatta notare per chiedere la sua parte della torta ed ha semplicemente deciso, contrariamente all’avviso di Ecobank, di convertire il suo prestito di 285 milioni di dollari in azioni. Cioè, anche lei ha messo le mani sul 20% del capitale di Ecobank. Ma chi è Nedbank ? E’ semplicemente la filiale sudafricana dell’assicurazione britannica Old Mutual. In definitiva, ecco come la Gran Bretagna con lo stato sudafricano di Jacob Zuma mette le mani sulla prima banca africana, dimostrando di fatto come il Sudafrica, a forma di Mandela, è diventato lo starting-point (punto di partenza) dell’iperliberismo alla conquista di tutto il continente africano.

In Ghana, nel 1999, è la banca sudafricana Standard Bank che inizia il suo assalto all’Africa mettendo, molto facilmente, le mani sul 93% d’Union Mortgage Bank rinominata Stanbic Bank Ghana. Nel 2012, è la sudafricana FirstRand che, con solo 750 milioni di rands, ossia 75 milioni di dollari, mette le mani su Merchant Bank Ghana. Più le aziende ghanesi si sono viste mangiate dai britannici e dai sudafricani, più i media menzogneri ci hanno raccontato che il Ghana è un paese virtuoso.

PRENDERSI GIOCO DELLA MISERIA DEI NERI E’ LEGITTIMO IN SUDAFRICA

Il Sudafrica è l’unico paese al mondo in cui il truffatore europeo, a causa della farsa che ha portato all’impunità grazie alla pretesa riconciliazione, si permette di schernire la miseria delle sue vittime, di prendersi gioco della povertà estrema dei neri che il sistema dell’apartheid, convalidato da Mandela, ha mantenuto fino ad oggi.

E’, in ogni caso, ciò che offre il boero Buks Westraad, proprietario di Emoya Hôtel & Spa, in Sudafrica, al fine, dice lui, di dare la possibilità ai suoi clienti fortunati di giocare ai miserabili, solo per il tempo di un breve soggiorno in fondo alla cloaca della miseria umana.

Ha trovato un nome esotico per l’iniziativa: Shanty Town. Il turismo della miseria.

Ecco il messaggio pubblicitario che Buks Westraad scrive sul suo depliant:

Baracche con tetto di lamiera ondulata, lampade a petrolio, radio a pile, bagni all’aperto, vi faremo scoprire le gioie della vita in una bidonville, senza i disturbi sonori, sanitari e i crimini connessi.

Potete ormai sperimentare la vita in una baracca, nell’ambiente sicuro di una riserva privata.

Ecco l’unica bidonville al mondo attrezzata di pavimenti riscaldati e di una connessione internet senza fili!

Le nostre baracche sono totalmente sicure e adatte ai bambini“.

Questo cinismo si commenta da solo. Ho voglia anch’io di scommettere in futuro su un Sudafrica in pace ma con simili provocazioni ho paura che finanche il più paziente dei poveri sudafricani non resterà per molto ancora a guardare.

Quest’iniziativa ha scioccato il mondo intero fino agli Stati Uniti dove il pensatore Stephen Colbert l’ha qualificata semplicemente come:

at best, insensitive; and at worst, poverty porn.” Che significa: ‘‘nel migliore dei casi, insensibile; nel peggiore, una pornografia della povertà“.

In Australia

Ecco il commento del giornale News del 20 novembre 2013, che ha titolato:

‘Luxury shanty town’ Emoya Estate called ‘poverty porn’ in South Africa

sottotitolo: “A RESORT that allows rich people to live like poor Africans in shanty towns while enjoying five-star comforts has been labelled “poverty porn.

In Francia

Il quotidiano METRO dello stesso giorno 20/11/2013 titolava così:

En Afrique du Sud, un faux bidonville pour riches en mal de sensations

sottotitolo: “En Afrique du Sud, Emoya Hôtel & Spa propose une expérience assez particulière: passer quelques jours dans la peau d’un “Africain pauvre” mais avec l’eau courante, l’électricité et le Wi-Fi. Il y a des limites à la précarité“.

Eccetto in Sudafrica dove le autorità non ha giudicato necessario vietarlo. Cavolo! Siamo in regime di riconciliazione nazionale e si rischia di accusarmi di incitare i neri alla rivolta. E, scriveva Voltaire in Candido, “tutto va per il meglio nel miglior paese del mondo possibile”, il Sudafrica. Ma fino a quando?

SANTIFICARE MANDELA PER MEGLIO UMILIARE I PRESIDENTI AFRICANI

Esiste una strategia ben definita per usare l’immagine di Mandela per umiliare i dirigenti africani meno docili. E’ il quotidiano cattolico francese “La Croix” che, all’indomani della morte di Mandela, annuncia i colori. Nell’edizione del 7 dicembre 2013, la voce del giornalista feticcio, Laurent Larcher, ci indica la strategia che verrà. Quest’ultimo approfitta del summit sulla difesa a Parigi per chiedere a 4 giornalisti africani cosa pensano della notizia della morte di Nelson Mandela. Invece di commentare il bilancio o la vita dell’uomo, tutti e 4, all’unanimità, avanzano dei capi di imputazione contro gli stessi presidenti che accompagnano a Parigi per l’incontro. La strumentalizzazione di Mandela non fa che cominciare e, a meno di prenderci tutti per degli idioti, come può un giornalista pretendere di avere dato il suo microfono a 3 giornalisti africani per parlare della morte di qualcuno e tutti, invece, parlano contro i capi di stato africani, tutti. Mi è sembrato abbastanza sospetto. Ecco le affermazioni che riporta il quotidiano:

« LACRIME DI COCCODRILLO »

Questo sottotitolo riprende i propositi attribuiti al giornalista guineano Lanciné Camara, presidente dell’Unione internazionale dei giornalisti africani (a Parigi): « Sono lacrime di coccodrillo. Salutano la memoria del resistente, e fanno il contrario a casa loro. Si attaccano al potere mentre Mandela fece un solo mandato. Privatizzano il potere con la loro famiglia, danno man forte allo spiritio etnico per mantenersi alla guida dello Stato, mentre Mandela mantenne la sua famiglia a distanza dal potere, e non mise mai le etnie le une contro le altre. Come Paul Biya, Sassou Nguesso, Idriss Déby, Blaise Compaoré… possono salutarlo senza tradirne la memoria di questo grand’uomo? Che comincino a fare come Mandela: si facciano da parte per lasciare il posto all’alternanza e al gioco democratico. »

« UNA GRANDE MASCHERATA »

Quando ho letto questo titolo ho pensato subito che si trattasse della mascherata degli occidentali per la morte di Mandela. Invece no, si trattava della mascherata dei capi di stato africani. Leggete queste proposte attribuite a Freddy Mulongo, della Repubblica Democratica del Congo, inviato speciale al summit di Parigi “Réveil FM international” :  « Gli omaggi dei capi di stato africani, con qualche rara eccezione, sono una gran mascherata di un’ipocrisia incredibile. Alcuni sono arrivati al potere con le armi come Blaise Compaoré, altri tramite frodi elettorali e forzando le Costituzioni. Mandela non lo fece mai. E il suo lavoro sul dialogo, la creazione della Commissione verità e riconciliazione: molti capi di stato se ne sono ispirati, senza mai dargli un contenuto serio, per esempio nel mio paese, la RDC. E il rapporto con i giornalisti? Quanti giornalisti ha messo in prigione Mandela? Nessuno! Sono intontito da questo circo attorno a un signore così grande che se n’è appena andato! »

« AL DI LA’ DI OGNI CALCOLO POLITICO »

La signora Houmi Ahamed-Mikidache è una giornalista delle Comores, corrispondente a Parigi del settimanale “L’Inquisiteur”.

« E’ normale che gli si renda omaggio. Ma sarebbe bene che altri seguano il suo esempio in altri ambiti. Ci manca un Mandela per la lotta per l’istruzione, per la salute e per l’ambiente in Africa! »

Il fatto di risiedere a Parigi per caso rende i giornalisti africani incapaci di smarcarsi dalla campagna dei media pubblici francesi come RFI e France 24 contro i presidenti africani non docili? Hanno paura di non vedere rinnovato il loro titolo di soggiorno o si tratta semplicemente di mediocrità giornalistica?

LA VERA LIBERTA’ E’ ECONOMICA: LA MIA DISAVVENTURA IN SUDAFRICA POST CVR (Commissione Verità e Riconciliazione)

Questa storia si trova a pagina 202 del mio libro autobiografico “In Fuga dalle Tenebre” pubblicato nel 2007 da Einaudi in Italia. Lì raccontavo la mia disavventura sudafricana che mi ha portato a concludere che Mandela si era sbagliato a tutti i livelli poiché non c’è indipendenza senza autonomia finanziaria. Non esiste la liberazione di un popolo dalle catene della schiavitù senza i mezzi economici che permettano che essa sia effettiva e che non si possa trasformare in un incubo per delle persone che non hanno conosciuto altro, nella loro vita, che la sottomissione.

La faccenda si svolge nel 1997. Qualche mese dopo il verdetto della Commissione Verità e Riconciliazione del 28 febbraio 1997 che avrebbe dovuto aprire il paese ad un domani più tranquillo. La mia impresa italiana aveva come obiettivo principale la costruzione di aziende chiavi-in-mano. L’entusiasmo della liberazione e l’arrivo di Nelson Mandela al potere mi avevano spinto a cercare di sviluppare le mie attività in terra sudafricana. Perciò avevo avviato dei contatti con un’azienda di produzione agroalimentare che si trovava in una delle zone industriali di Johannesburg. Per diversi mesi, dovetti uscire l’artigliera pesante per convincere quell’azienda a preferire la mia soluzione rispetto ai miei concorrenti britannici, tedeschi, danesi e americani. Offrivo il prezzo meno caro, con un servizio post vendita garantito dagli ingegneri più competenti pronti ad intervenire in Sudafrica in un ragionevole lasso di tempo. L’ordine riguardava una linea di diverse macchine. Per mesi si sono verificati diversi scambi per ricevere dei campioni di prodotti sudafricani per essere testati e trovare la soluzione tecnica ideale. Sono stato convocato diverse volte dalla dogana dell’aeroporto di Torino perché non capivano cosa fossero quelle polveri che mi arrivavano regolarmente dal Sudafrica. Nel dubbio, e prima dell’ennesima analisi in laboratorio della dogana per essere certi che non si trattasse di sostanze vietate, dovevo ogni volta fornire delle spiegazioni sotto giuramento che quelle polveri non erano droghe. Fino al giorno in cui ogni cosa veniva convalidata dal punto di vista tecnico. E per firmare il contratto finale, mi dovevo recare in Sudafrica. La prima doccia fredda mi arriva dal consolato di Milano che, a causa del mio passaporto camerunese, ha preteso da me una somma importante tramite bonifico sul conto bancario del consolato sudafricano. Quella somma mi sarebbe stata restituita al mio ritorno come garanzia del fatto che io non sarei rimasto lì definitivamente. La mia delusione veniva dal fatto che avevo velocemente cambiato il mio  passaporto per prenderne un altro in cui non c’era più scritto che sarei potuto andare in Sudafrica, per rispettare il boicottaggio che i paesi africani avevano organizzato. L’italiano che non aveva boicottato l’apartheid poteva andare in Sudafrica senza visto, non io il camerunese che aveva partecipato al boicottaggio.

Che importa, stavo andando a firmare uno dei più grossi contratti della mia vita. Per 12 ore di volo da Torino a Johannesburg via Parigi, avevo preso il mio primo biglietto di prima classe. Grazie ai miei frequenti viaggi le mie miglia mi permettevano di salire di classe. Ma era la prima volta che pagavo di tasca mia un posto in prima classe per un viaggio così lungo. Arrivato a Johannesburg, una domenica, come convenuto, l’albergo aveva inviato la sua navetta a cercarmi. Lunedì mattina, molto contento, informo al telefono la mia cliente (che voleva inviarmi un autista) che ero arrivato in terra sudafricana e che avevo già affittato una macchina con autista per il mio soggiorno e che sarei arrivato da un momento all’altro in azienda. Dopo circa 45 minuti di viaggio, con l’autista, entriamo nella zona industriale di Johannesburg. E all’entrata dell’impresa, punto di arrivo, c’è una guardia che ci chiede chi stiamo cercando d’incontrare. Dico il cognome. La guardia prende il suo telefono e parla con una persona in lingua boera. La discussione va per le lunghe. Diverse persone si succedono dall’altro capo del telefono per chiedere spiegazioni alla guardia. Loro si aspettavano qualcuno dall’Italia, un certo Dottor Jean-Paul Pougala, che non potevo essere io, o quanto meno non poteva essere un nero. Dopo gli ennesimi dettagli ai miei diversi interlocutori, il mio autista, di etnia Zulu, mi dice a bassa voce: “La guardia sta dicendo a tutti che sei proprio nero come l’asfalto”. E che è questo il problema. Il vigile ripeteva per l’ennesima volta all’ennesimo interlocutore all’altro capo del telefono che il Pougala che aveva di fronte non era né francese, né belga, né svizzero ma semplicemente nero come l’asfalto. E dopo un’ora di circo mostruoso, la sentenza è piombata: venivo dichiarato persona non grata all’interno del terreno dell’impresa e venivo pregato di fare inversione a U e tornare in albergo e in Italia, senza nessun’altra spiegazione… Ci trovavamo nella cosiddetta nazione arcobaleno dove all’improvviso i bianchi e i neri erano diventati amici ma la mia pelle non aveva il colore giusto per trovarmi lì, per parlare di economia, per parlare di industria, per toccare la torta dell’eldorado sudafricano. Senza alcun dubbio, il mio viaggio di ritorno fu il più lungo della mia vita. Mi restarono solo vane domande che continuavo a pormi nella mia mente.

Prima, quand’ero studente, venivo apostrofato dai giovani italiani al grido di: “scimmia tornatene nella tua foresta”.  Nonostante delle ferite profonde su tutto il corpo, la polizia di Perugia aveva rifiutato di prendere la mia denuncia classificando il caso come quello di un semplice alcolizzato e l’ospedale di Perugia rifiutava di ospitalizzarmi, col pretesto che il mio status di studente africano mi dava una copertura sanitaria valida unicamente per trasportare il mio cadavere fino al mio paese d’origine. Non ho avuto altra scelta che quella di rientrare a casa mia e aspettare tranquillamente che il dolore facesse effetto e si dissolvesse da solo.

Al 4° anno di università, il mio professore di Politica Economica durante un esame orale, ad una domanda alla quale non riuscivo a rispondere, mi ha esplicitato davanti a tutti i colleghi italiani che ero lo studente più idiota che lui avesse mai conosciuto in tutta la sua lunga carriera di professore universitario, perché secondo lui gli africani avevano un melone al posto del cervello. Ferito da tanto disprezzo e mancanza di considerazione, non riuscii a contenere le lacrime.

Sul volo Air France che mi trasportò da Johannesburg a Parigi, nessuno mi aveva insultato, nessuno mi aveva tirato un calcio, ma il dolore che sentivo nel più profondo di me era 10 volte più atroce di quello inflitto dai militanti italiani di estrema destra o gli insulti del mio professore italiano. Questo dolore era ancora più insopportabile per la grande ipocrisia che circondava la liberazione di Nelson Mandela in cui all’improvviso tutti i razzisti di un tempo sembravano aver scoperto all’improvviso le virtù del vivere insieme. Il più credulone a questa favola era stato lo stesso Nelson Mandela. Ciò che non aveva capito, è che i razzisti di ieri avevano accettato di giocare quel gioco fin tanto che non veniva loro levato niente e soprattutto, fin tanto che avevano la certezza che i neri non si sarebbero avvicinati al loro ambito riservato, l’economia, fin tanto che non avrebbero rivendicato la loro parte della torta della ricchezza sudafricana.

E’ il portafoglio l’unico posto in cui si gioca la coesione di una nazione, anche di quella arcobaleno. Fino a quando la maggior parte dei popoli saranno esclusi dalla condivisione delle ricchezze del Sudafrica, non c’è bisogno di essere un economista o un mago per prevedere che, prima o poi, crollerà. Gli stadi vuoti di Soweto e d’Orlando, i fischi contro il presidente Zuma durante la cerimonia ufficiale per i funerali di Mandela, provano che il popolo è disilluso e che si rende conto che è stato truffato da politici al soldo del sistema dominante, e che in definitiva la pretesa democrazia non è servita a nient’altro che a convalidare dei nomi che questo sistema aveva già scrupolosamente scelto nel suo modello di casting che non cerca la competenza, ma l’ingenuità e il grado di sottomissione dei candidati.

QUALI LEZIONI PER L’AFRICA?

Mi piace concludere come abbiamo iniziato, col mio eroe.

Nel “Giardino del Ricordo”, il cimitero in cui è seppellito Bantu Stephen Biko, nella città di King William’s Town, si legge questa frase scritta dallo stesso Biko:

“E’ megliore morire per un’idea che sopravviverà, anzicché vivere per un’idea che finirà col morire.” Biko è morto per un’idea di giustizia sociale, di condivisione delle risorse e di armonia sociale come impegno di pace a lungo termine, e, presto o tardi, se il Sudafrica vorrà la pace, la vera e non questa bomba ad orologeria chiamata ingiustizia sociale, è obbligata a metterla in pratica. Mandela, al contrario, ha vissuto per un’idea che finirà per morire: la menzogna per il popolo, la discriminazione economica di quest’ultimo e la marginalizzazione sociale della quasi-totalità del suo popolo, in un sistema dominante sempre astutamente oppressivo, con le catene della schiavitù ben avvitate intorno ai piedi e alle mani dei popoli del sudafrica, e che ha fatto di lui, Mandela, il suo porta bandiera.

In un articolo sul quotidiano dello Zimbabwe The Herald del 10 dicembre 2013 intitolato :”Was Mandela an African Hero?” (Mandela era un eroe africano?) il pensatore dello Zimbabwe Ranga Mataire sostiene che la svolta ultraliberista di Mandela l’esclude definitivamente dalla lista degli eroi africani come Kwame Nkrumah, Sekou Toure, Abdel Nasser, Kenneth Kaunda, Julius Nyerere, Robert Mugabe, Joshua Nkomo, Patrice Lumumba, Samora Machel, Steve Biko o Chris Hani, perché il fatto di avere sostenuto e accompagnato l’ultraliberismo è la prova che si è messo al servizio dell’oppressore, contro il suo stesso popolo, contrariamente a tutti questi eroi africani, da Nasser a Hani. Per dimostrarlo, prende come testimonianza le parole pronunciate dallo stesso Mandela in sua difesa al processo del 1964 che si sarebbe dovuto concludere con la sua condanna a morte. Mandela si è detto pronto a morire affinché il suo popolo abbia “uguali opportunità”. Mandela ha smesso di essere un eroe africano quando è uscito di prigione, dimenticando le ragioni del principio “uguali opportunità” per cui era pronto a morire. Si è prestato ad un circo chiamato Perdono e Riconciliazione. Perché gli USA che l’hanno indotto a questa scemenza non hanno ancora fatto pace con la Russia? Perché non si sono ancora riconciliati con Cuba? Perché Israele continua a minacciare tutto il pianeta per cercare i criminali tedeschi implicati nell’Olocausto? Sono pazzi a continuare il loro gioco 60 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale? Perché tutti i paesi europei che applaudono Mandela per questa riconciliazione non liberano tutti gli assassini che hanno nelle loro prigioni per condurre una buona iniziativa chiedendo perdono alle famiglie delle vittime per cancellare tutti i loro crimini e il giorno dopo tutti ridiventano « fratelli e sorelle »? Non è possibile, perché l’essere umano non risponde a questa logica. Come dice Hannah Arendt, i genocidi, i crimini di massa fanno paradossalmente parte della normalità umana. Solo un’azione tra la repressione e il pardono permette di creare la rottura e la violenza dell’ordine contro questa normalità umana fatta di violenza e crimine. In Sudafrica aver fatto il perdono senza la repressione è stato un errore storico che è servito solo a mostrare al mondo l’ingenuità dei neri, colpevoli di credere che si volta la pagina della schiavitù senza una terapia di gruppo delle vittime e senza chiedere conto ai carnefici. Gli errori commessi per la schiavitù sono stati ripresi e ripetuti per la colonizzazione e per l’apartheid, danno agli europei l’arroganza di inondare il continente africano di sette cristiane per insegnare loro l’umanesimo e la morale agli africani.

Alla sua uscita di prigione, Mandela non ha avuto il coraggio che caratterizza un eroe che deve scontrarsi frontalmente contro un sistema d’oppressione e d’umiliazione contro il suo popolo. Aver ceduto il posto di vice-presidente a De Klerk mostra che era cosciente che tutto il sistema sarebbe rimasto in piedi, guidato dalle stesse persone, senza la benché minima paura di dover dare conto sul sistema odioso che avevano incarnato. Il risultato oggi si paga in contanti: i Bantustans nei quali erano confinati i neri durante l’apartheid hanno tutti semplicemente cambiato nome per farsi chiamare bidonvilles, dove, come durante l’apartheid, manca di tutto: niente elettricità, niente bagni, niente acqua, ma luoghi di miseria per eccellenza dove, secondo le Nazioni Unite, nel 2011, viveva il 30% della popolazione nera sudafricana (cifra rimasta invariata in 30 anni).

L’ex presidente e successore di Mandela, Tabo Mbeki ha tentato senza successo di nazionalizzare la più grande azienda elettrica che secondo la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) a causa delle frequenti interruzioni di corrente che constringono le aziende e le miniere a fermarsi, è stato responsabile della caduta della crescita del Sudafrica dal 5% al 3% tra il 2008 e il 2009. Era Mandela che avrebbe dovuto approfittare del suo carisma per procedere a simili nazionalizzazioni come passaggio obbligato per rilanciare l’economia del paese su delle basi di riequilibrio e redistribuzione delle ricchezze. Mandela non ha avuto il coraggio di toccare quei privilegi, quelli di una classe predatrice che sta facendo regredire la società sudafricana. E’ per questo che dico « No, non è il mio eroe ».

Yaoundé, 17 dicembre 2013

Jean-Paul Pougala (ex-tagliatore di canna da zucchero)

 

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