No Africa no futuro – Del Re su Limes

Del Re: “Investire sull’Africa per il nostro futuro: la soluzione è nel multilaterale” (Limes)

In un recente articolo sul Financial Times il premier dell’Etiopia Abiy Ahmed, premio Nobel per la pace 2019, condivide la sua visione ai tempi del coronavirus: se non si elabora subito una strategia sanitaria adeguata per l’Africa, non soltanto il virus ritornerà ad infettare il resto del mondo, ma l’economia globale ne risentirà fortemente. “Le economie africane si trovano di fronte a un abisso” avverte, portando ad esempio proprio il suo paese, l’Etiopia, che in realtà ha registrato enormi progressi in ambito sanitario negli ultimi vent’anni, ma non è preparato per un’emergenza come il coronavirus. Come in gran parte dell’Africa sub-sahariana, l’accesso ai servizi sanitari non è garantito o è carente.

Abiy sottolinea che persino lavare le mani con il sapone è un lusso in Africa, per via della mancanza di acqua pulita. La vita comunitaria, tanto significativa tra le popolazioni del continente – sintetizzata dalla filosofia a me cara dell’Ubuntu, secondo cui le persone hanno un senso solo nella comunità – diventa un forte rischio ai tempi del Covid-19 con un effetto sanitario e sociale potenzialmente rovinoso. L’economia dipende ancora dal ciclo delle stagioni e un ribasso del prezzo delle materie prime, come sta avvenendo, potrebbe comportare disastri. E allora ecco che Abiy presenta ai paesi del G20 una proposta in tre punti per far fronte al Covid-19.

Si tratta di un evento importante, perché è la prima volta che un paese africano propone un piano finanziario globale, che Abiy chiama “Africa Global Covid-19 Emergency Financing Package”. Prevede come prima misura 150 miliardi di euro da intendersi come sostegno supplementare al bilancio e finanziamento al settore privato. Inoltre, invita le nazioni del G20 a sostenere l’Organizzazione mondiale della sanità e gli Africa Centres for Disease Control and Prevention (Cdc) per rafforzare il sistema sanitario pubblico e la preparazione all’emergenza del continente. Abiy dice che il G20 dovrà anche mettere in atto piani per la riduzione del debito e di ristrutturazione e ricorda ai leader mondiali che serve una vera “strategia globale” per fermare la pandemia. La voce di Abiy è anche quella di numerosi ministri delle Finanze dei paesi africani, che si sono riuniti in questi giorni ad Addis Abeba proprio per sostenere la necessità di una risposta coordinata.

L’Africa è preparata a rispondere alla pandemia di Covid-19? Gira soprattutto in Sudafrica – uno dei paesi più colpiti – e in Nigeria la pubblicità di un noto liquido disinfettante, che in questo momento riporta sull’etichetta la scritta “efficace contro il coronavirus umano”. Viste le numerose reazioni di attenti consumatori che si sono chiesti ironicamente se allora bastasse quel liquido a risolvere il problema, la ditta ha rapidamente replicato che il prodotto non è stato testato per il Covid-19, ma che è efficace per altri coronavirus umani, come ad esempio il Sars-Cov. Sembrerebbe un episodio tristemente faceto in questa circostanza, ma la situazione non è affatto rassicurante.

L’igiene non è garantita in moltissime parti dell’Africa. Sebbene siano stati fatti notevoli passi avanti – anche per l’enorme impegno della cooperazione internazionale allo sviluppo di cui l’Italia è uno degli attori più efficaci – la situazione sanitaria resta molto carente: il 20 per cento degli africani nell’Africa subsahariana ancora non ha accesso ai servizi igienici, con pericolo di diffusione di malattie. Questo ha un forte impatto in particolare sulla salubrità dell’acqua, creando enormi rischi per la salute. Basti pensare che la seconda causa di morte dei bambini sotto i 5 anni è la diarrea infantile, per combattere la quale è stato trovato un vaccino attraverso la lodevole opera di Gavi (Alleanza globale per i vaccini). Il vaccino copre però soltanto parte delle patologie legate alla diarrea (il Rotavirus), che potrebbero essere risolte con la sanificazione dell’acqua.

L’Italia – per mia iniziativa con il Maeci – ha lanciato una campagna globale contro la diarrea infantile nel mondo, ma il lavoro da fare è moltissimo. Immaginiamo le townships, le baraccopoli, i campi profughi, il sovraffollamento che li caratterizza. Una pompa d’acqua ogni 50 persone impone di fare la fila ogni giorno per l’approvvigionamento. Chi lavora usufruisce di trasporti insufficienti o pieni fino all’orlo, furgoncini che si riempiono e si svuotano moltissime volte al giorno. In Etiopia hanno aumentato le corse degli autobus, ma non basta. Nessuno può permettersi di non lavorare neppure per pochi giorni, visto l’alto tasso di povertà nel continente e il fatto che per lo più il lavoro è informale.

Se ci fosse un’alternativa, dicono molti, certo che staremmo a casa a proteggerci! Non si può generalizzare perché un’attenta analisi evidenzia che vi sono differenze di reddito a seconda delle zone nei singoli paesi, ma il dato a mio parere funzionale a questa riflessione è che i 12 paesi più poveri al mondo si trovano in Africa (ultimi dati della Banca Mondiale sul reddito pro capite 2018 e dati Undp sull’Indice di sviluppo umano del 2019). L’Italia è al fianco dei paesi più poveri, perché 11 dei 20 paesi prioritari per la cooperazione allo sviluppo sono in Africa subsahariana (Burkina Faso, Senegal, Niger, Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Mozambico), soprattutto con progetti incentrati sulla sanità, senza i quali i paesi non avrebbero saputo come far fronte alle esigenze locali. Importante anche la nostra capacità di risposta alle emergenze, come ad esempio l’aver montato in collaborazione con la Protezione Civile italiana un intero ospedale in pochi giorni per far fronte al ciclone Idai nel 201.

Nonostante alcuni paesi come Uganda e Tanzania abbiano un sistema sanitario strutturato e malgrado la capacità di reazione e l’esperienza legata a certe epidemie – ad esempio l’Ebola – che aumenta la capacità di reazione alle crisi, in gran parte del continente la situazione è veramente difficile.

Anche il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è espresso su France24 il 3 aprile sul fatto che il Covid-19 si aggiunge alle già pesanti piaghe che affliggono il paese, come il terrorismo. Issofou è in linea con Abiy e propone un piano Marshall per l’Africa, reiterando quello che aveva proposto già nel 2016 ad Angela Merkel durante la sua visita a Niamey per consentire lo sviluppo del continente, ma apportando oggi nuove argomentazioni, in particolare relative alla fragilità dei sistemi sanitari di molti paesi africani. Di fronte alla situazione africana – un medico ogni cinquemila abitanti in media e 1,8 letti per mille abitanti, con una spesa media pro capite per la sanità di 30 dollari all’anno in tutta l’area subsahariana secondo i dati Oms del 2019 (la media europea è di 3.600 dollari, Ocse 2019) – la situazione appare drammatica. I medici africani fanno appello al settore privato per tamponare l’emergenza.

Che sia urgente sostenere l’Africa in questo momento emerge chiaramente anche dalla risposta alle proposte dei ministri delle Finanze africani data dalle Nazioni Unite, la cui Commissione economica ha affermato che è necessario uno stanziamento immediato di almeno 100 miliardi di dollari per far fronte all’emergenza. Si suggerisce anche, soprattutto agli Stati più fragili, di utilizzare gli strumenti già esistenti offerti ad esempio dal Fondo monetario internazionale, dalla Banca Mondiale, dalla Banca africana di sviluppo e da altre istituzioni regionali. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha fatto appello affinché si adottino misure di riduzione del debito per evitare il collasso economico dei paesi più fragili, simile alla dichiarazione lanciata con Fao e Wto per una strategia di “food security” globale. In sintesi, vi è un’esortazione affinché le misure nazionali adottino un approccio olistico, che deve essere messo a sistema sul piano globale.

Ma se la crisi c’è anche da noi, perché investire sull’Africa? Perché proprio in questo momento difficile abbiamo bisogno di una strategia a lungo termine. Apprezzo molto il premier Abiy quando ci invita a pensare subito a un piano per evitare il peggio in futuro. Una strategia che da un lato ci difenda da un’epidemia di ritorno e dall’altro eviti un effetto domino sull’economia globale per via dell’innegabile interconnessione dei processi economici, per cui ad esempio le barriere poste dall’Africa alla Cina in questo momento avranno un effetto altrove, a causa di un sistema economico globale di vasi comunicanti. Un’argomentazione portata da alcuni a favore dell’investimento è anche quella di prevenire il rischio di un nuovo grande impulso alle migrazioni dall’Africa verso l’Europa, che aumenterebbero esponenzialmente. Dalle testimonianze che raccolgo dall’Africa, si assiste a un congelamento del fenomeno ed è possibile che in questo momento i trafficanti si riciclino in altre attività criminali.

Solo la cooperazione multilaterale ci salverà, dicono molti. Ce lo dice il Covid-19 stesso. Peraltro, l’emergenza ha mostrato i forti limiti degli approcci nazionali non coordinati e autarchici. Eppure, dal 2016 assistiamo a una crisi del multilateralismo per molte cause, tra cui nuove forme di polarismo nella politica mondiale, di unilateralismo e protezionismo, l’accusa rivolta a molte organizzazioni di non aver attuato quello che avevano promesso. Ma senza un coordinamento multilaterale forte non si potrà far fronte alla crisi globale causata dal Covid-19. Teniamo conto del fatto che la multilateralità offre enormi vantaggi: con Oms, Ocha e altre organizzazioni esistono già accordi, queste organizzazioni sono già operative nel settore e possono garantire una risposta rapida ed efficace sul piano sanitario, senza perdere tempo. Il meccanismo messo in piedi sul piano multilaterale in questo momento può dimostrare ancor più la sua incisività. La metodologia stessa, ovvero in che modo si debba cooperare, è già ampiamente testata in questo campo.

I singoli paesi hanno già un ruolo, una loro posizione anche politica all’interno di questo sistema, come donatori, e partecipano al processo decisionale. Il sistema ha già dimostrato di saper operare con successo in passato, ad esempio con le crisi Sars nel 2003, Mers nel 2012 ed Ebola nel 2014-2016. Sedere ai tavoli multilaterali mantenendo l’autonomia in merito ai contributi e alle modalità è fondamentale. Non sedere a quei tavoli vuol dire essere esclusi dal processo decisionale, con effetti a breve e lungo termine molto negativi, perché si esce dal ciclo di reciprocità e solidarietà internazionale che mai come in questo momento è essenziale per assicurare il futuro del nostro stesso paese e si perde influenza e credibilità.

Reciprocità e solidarietà che sono state dimostrate all’Italia in questi giorni proprio per la nostra influenza e credibilità. Peraltro parlare con gli altri paesi attraverso le istituzioni e le organizzazioni internazionali garantisce che vi sia una democrazia interna senza posizioni egemoniche. I paesi che sostengono il multilateralismo rimangono centrali nelle questioni globali. Le organizzazioni internazionali sono lo strumento che permette di mettere in atto strategie integrate per risolvere le emergenze globali. È interesse nazionale aderire alla strategia di prevenzione e reazione all’emergenza – insieme a Ue, Onu, Oms, Gavi, Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovation) e altri – investendo sull’Africa attraverso il multilaterale.

La cooperazione internazionale a livello multilaterale, accanto a quella bilaterale e multibilaterale, ha dato prova di saper portare grandi benefici nel mondo. Gli indicatori economici sull’Africa lo confermano: è il continente a più alta crescita, con un sei per cento annuo circa. L’Africa lo sa e ringrazia. Il sistema Italia – di cui la cooperazione allo sviluppo è un braccio operativo fondamentale – ha contribuito molto in questo percorso virtuoso sul piano multilaterale, a vantaggio del nostro stesso paese, in un’ottica di investimento. Dobbiamo considerare anche che l’Italia e l’Europa sono un tutt’uno con l’Africa: un unico corridoio che oltrepassa il Mediterraneo, attraversa il Nord Africa, percorre il Sahara verso sud e poi giù fino al Sudafrica.

Già i romani avevano questa visione. Oggi per noi europei non investire sull’Africa avrebbe un enorme riflesso negativo: dalla salute globale alla cooperazione in materia di lotta al terrorismo, al traffico di migranti e altro. E il lockdown rischierebbe di diventare eterno.

Fonte: esteri.it

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