Nigeria: l’economia alla prova del voto

Giovanni Carbone

La Nigeria di questi anni è stata la locomotiva africana. Con una dimensione demografica senza pari nella regione – la popolazione dell’Etiopia, il secondo Stato più popoloso con i suoi 90 milioni di abitanti, arriva solo a metà di quella nigeriana – ha finalmente trovato la strada di una crescita economica sostenuta. Tra il 2000 e il 2013, il prodotto interno lordo è aumentato a una media annua del 9,9%, un tasso “cinese” e il più elevato in tutta la regione, se si eccettua la piccola Guinea Equatoriale, una specie di “emirato nero” con la sua ingente produzione petrolifera per una popolazione inferiore a un milione di abitanti. Un anno fa era poi arrivata anche la netta rivalutazione delle effettive dimensioni dell’economia, che, scavalcando il Sud Africa, si è affermata come la maggiore nel continente (522 miliardi di dollari, pari al Pil della Polonia o del Belgio).

Tutto questo in un contesto nel quale, fin dal 1999, già erano state intraprese importanti trasformazioni politiche, con il superamento delle lunghe esperienze di dominio militare e il ritorno a governi eletti direttamente dalla popolazione. Durante gli anni della presidenza di Olusegun Obasanjo (1999-2007), quella di Abuja è stata anche riconosciuta come una delle leaderships più dinamiche dell’intero continente, per esempio nel promuovere i progressi democratici avviati nella regione, nel perseguire l’integrazione politica continentale con la creazione dell’Unione africana (Ua) e nel rilanciare la rinascita economica con la New Economic Partnership for Africa’s Development (Nepad).

Dopo quindici anni vissuti a grande velocità, la locomotiva sta per deragliare? Pochi lo pensano davvero. Ma indubbiamente una serie di ombre si sono allungate sulle condizioni economiche nigeriane. Diversi fondamentali sono stati fino a oggi piuttosto in ordine: inflazione sotto controllo, deficit contenuti, debito sostenibile. Non solo, l’anno scorso i nuovi dati sul Pil avevano mostrato un’economia ben più diversificata di quanto si ritenesse in precedenza. Al punto che, senza tutti i torti, il ministro delle Finanze Ngozi Okonjo-Iweala – una figura molto rispettata a livello internazionale, tanto da essere stata candidata, sia pure senza successo, alla presidenza della Banca mondiale – aveva invitato i nigeriani a «cominciare a pensare al paese come a un paese non petrolifero». Il calo del prezzo del greggio, tuttavia, sceso del 55% tra settembre 2014 e gennaio 2015, sta già facendo sentire i suoi effetti in un paese in cui esso continua a rappresentare una quota preponderante tanto delle esportazioni (il 95%) quanto degli introiti statali (il 75%). La naira, la valuta nazionale, ha subito una svalutazione e resta sotto pressione. Introiti petroliferi ridotti e valuta che perde terreno porteranno probabilmente ad aumenti di deficit e inflazione. A completare un quadro sempre più complesso, il Fondo monetario internazionale ha recentemente rivisto al ribasso le prospettive di crescita, sia per il 2015 che per il 2016, di ben 2,0-2,5 punti percentuali (il 7,3%  per il 2015 previsto a ottobre scorso è diventato oggi un 4,8%).

Le elezioni sono indubbiamente fonte d’incertezza, e il rinvio dell’appuntamento elettorale da metà febbraio a fine marzo non farà che aumentarla. L’incertezza non sta tanto nel risultato elettorale, sebbene, da quando il People’s Democratic Party (Pdp) governa il paese, ovvero dalla transizione del 1999, i pronostici non abbiano mai visto le opposizioni in una posizione così forte e potenzialmente in grado di sconfiggere il presidente Goodluck Jonathan, che resta comunque il favorito. Né ci sono timori particolari per la continuità della linea di politica economica del governo, rispetto a cui un cambio al vertice non dovrebbe comunque provocare eccessivi scossoni. L’apprensione – anche per l’andamento economico – nasce piuttosto dall’intrecciarsi dell’appuntamento elettorale con il picco massimo di violenze perpetrate dai jihadisti di Boko Haram.

Le scadenza elettorale passerà, non sappiamo ancora se portando con sé un’ulteriore escalation e lasciandosi dietro uno strascico di violenze. Boko Haram, invece, rappresenta una sfida e una fonte di instabilità che il governo di Abuja impiegherà anni a risolvere. Anni durante i quali i costi sociali, politici ed economici saranno elevati. Quelli economici, in particolare, riguardano tanto gli effetti diretti del conflitto – che quasi per definizione porta a una riduzione delle normali attività economiche, soprattutto nelle aree da esso toccate – quanto quelli indiretti. Se infatti la Nigeria si è inserita con successo nel radar dei grandi gruppi economici e degli investitori internazionali – secondo un’indagine condotta lo scorso anno dal quotidiano Wall Street Journal era addirittura la prima, per attrattività, tra le economie di frontiera tenute sotto stretta osservazione dalle multinazionali – l’aumento dei rischi politici non potrà che raffreddarne un po’ gli entusiasmi, con effetti su scambi commerciali, investimenti e, in definitiva, crescita del paese.

Boko Haram non sarà, probabilmente, un ostacolo sufficiente a fermare la locomotiva.  Quello che può contenerne l’impatto sull’economia nigeriana è il fatto che Boko Haram è e resterà un fenomeno principalmente incentrato nel Nord-Est del paese (e in alcune zone oltreconfine), l’area più arretrata e depressa della Nigeria. Se questo rende l’insurrezione ancora più tragica da un punto di vista umano – le violenze vanno a colpire e aggravare la situazione di alcune delle comunità nigeriane più povere – al tempo stesso esso ne limita l’impatto rispetto all’economia nazionale nel suo complesso, che ha i suoi cuori pulsanti nel Sud del paese: nella regione di Lagos, vera capitale economica della Nigeria, e nel Delta del Niger, il territorio da cui è estratto il petrolio nigeriano.

Giovanni Carbone, ISPI e Università degli Studi di Milano

Fonte: ispionline.it

 

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