“Mare chiuso” ovvero la fine della civiltà

Ho appena finito di vedere il film di Stefano Liberti e Andrea Segre: “Mare chiuso“. Si tratta di un video sui respingimenti in mare operati fino a non molto tempo fa dall’Italia ai danni dei migranti che cercavano una vita migliore nella “civile” Italia, o forse sarebbe meglio dire nell’ex “civile” Italia.

Mare chiuso è un documentario per il cinema in cui è possibile vedere come viene effettuato un respingimento in mare grazie alle riprese che gli stessi migranti hanno fatto con i loro cellulari. Dalle immagini si vede una nave militare vicina all’imbarcazione degli eritrei e somali da cui poi si stacca una scialuppa che si accosta ai migranti in fuga dalla Libia di Gheddafi. Il racconto poi passa ad altre riprese nel campo dell’Onu allestito in Tunisia dopo lo scoppio del conflitto che l’anno scorso (2011) ha portato alla caduta della dittatura della rivoluzione verde e all’uccisione dello stesso dittatore Gheddafi per mano dei ribelli.

 

Tutto il racconto, cioè la partenza dalla Libia, la vita in alto mare per giorni e giorni, poi la felicità per essere stati intercettati dagli italiani e, infine, la delusione per aver capito di essere stati portati a Tripoli e non Italia, avviene con la voce dei somali e degli eritrei che parlano nelle loro lingue. Tutto ciò restituisce molta genuinità al racconto. Buone le riprese che fanno da pausa tra un argomento e l’altro. Forse la lunghezza di tutto il video, 1 ora e 2 minuti circa, poteva essere rivista dato che la parte incisiva sta tutta nei primi 40, 50 minuti.

Tutto il film è una denuncia alla politica dei respingimenti dei migranti per cui l’Italia è stata recentemente condannata dall’Europa [nel link la sentenza di condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo].

Ovviamente di tutto ciò difficilmente se ne sentirà parlare nei programmi tv o alle radio di grande ascolto semplicemente perché si finirebbe col mettere in discussione i capisaldi, le fondamenta stesse dell’occidente: cioè lo sfruttamento del più forte sul più debole. Dai tempi di Kunta Kinte ad oggi, in fin dei conti, non è cambiato un gran che.

 

 

Piervincenzo Canale

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