Libia, il mistero della morte dell’ambasciatore Usa

Il film Innocence of Muslimes non c’entra niente con l’uccisione a Bengasi dell’ambasciatore Usa J. Christopher Stevens. Lo dicono rapporti ufficiali degli Stati Uniti

di Emiliano di Silvestro*

Scopriremo mai cosa è realmente accadde l’11 settembre scorso a Bengasi quando vennero uccisi l’ambasciatore Usa J. Christopher Stevens e altri tre funzionari? Il rapporto voluto dal Segretario di Stato Hillary Clinton, reso pubblico dalla Commissione di inchiesta indipendente «Accountability Review Board» parla chiaro: «mancanza di leadership, fallimenti e carenze» da parte del Dipartimento di stato Usa hanno fatto sì che la sicurezza nel consolato fosse «altamente inadeguata». La Commissione – guidata dall’ex diplomatico Thomas Pickering – punta il dito contro due Uffici, quello della Sicurezza diplomatica e quello degli Affari per il vicino Oriente, rei di «fallimenti sistemici e di coordinamento». Il nome di nessun funzionario è stato fatto e nessun provvedimento disciplinario verrà contro singoli.

Una sorta di boomerang, dunque, per Hillary Clinton che indirizza al Congresso una missiva dove ammette «seri e sistematici problemi» relativi alla sicurezza della missione Usa a Bengasi, dicendosi pronta ad accogliere tutte le 29 raccomandazioni della Commissione predisponendo che vengano attuate «rapidamente ed interamente». È quasi certo che l’ambasciatrice Usa all’Onu Susan Rice – che parlò di «rivolta spontanea» dovuta alla diffusione del film blasfemo su Maometto – si è giocata le chance di succedere al Segretario di Stato.

Appurato ora che il film Innocence of Muslimes non c’entra niente, si riapre l’interrogativo sull’uscita di scena del GeneraleDavid Petraeus. Che a novembre, prima di dimettersi per «adulterio», spiegò come il rapporto Cia su Bengasi era stato «modificato» e come sin dall’inizio egli avesse riferito ai superiori di «terrorismo di matrice qaedista». Petraeus, in sostanza, chiamò in causa il direttore nazionale dell’Intelligence, James Clapper, accusandolo di aver eliminato i riferimenti ai jihadisti. Troppo grande, forse, sarebbe stato lo scandalo per l’amministrazione Obama nella fase conclusiva della sua campagna elettorale, per non esser stata in grado di intercettare un attacco terroristico in Medio Oriente, contro uno dei suoi massimi rappresentati e per giunta in un 11 settembre. Senza dimenticare l’ambiguità del retroterra islamista sostenuto dalla Nato e dagli Usa per la guerra a Gheddafi.

Il mese scorso tra le macerie del compound erano state rinvenute alcune lettere ed email nelle quali si esprimeva «forte preoccupazione» e si faceva esplicita richiesta, da parte dell’ambasciatore e del suo staff, di «intensificare la sicurezza» in vista del suo arrivo a Bengasi. Lo si apprende dal sito della rivista Foreign Policy.

In particolare si fa riferimento ad una lettera scritta dalla missione Usa e indirizzata al Capo dell’Ufficio Affari esteri di Bengasi, Mohamed Obeidi, che ha però affermato di non averla ricevuta. Poche ore prima dell’assalto – si apprende sempre su Foreign Policy – uno dei funzionari uccisi, Sean Smith, avrebbe scritto su un forum: «Speriamo di non morire stanotte. Abbiamo visto un uomo della sicurezza scattare delle foto all’interno del compound». Nena News

*Questo articolo e’ stato pubblicato il 20 dicembre 2012 dal quotidiano il Manifesto

Fonte: nena-news.globalist.it

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