L’ascesa e la caduta di Laurent Gbagbo

Di Véronique Tadjo*

La storia della Costa d’Avorio è caratterizzata internamente da diverse dominazioni etniche che si susseguono. Nel 1960, dopo la colonizzazione della Francia, Félix Houphouët-Boigny, che aveva portato il paese all’indipendenza, aveva ulteriormente stabilizzato la sua influenza politica reclamando la sua legittimità regale. Era un membro dell’aristocrazia Baoulé. I Baoulé fanno parte del più grande gruppo degli Akan, discendenti del regno Ashanti che si trovava nell’odierno Ghana.

Mappa dell'impero Ashanti

Per mantenere il suo potere sui diversi gruppi di persone che si erano sistemati sul territorio ivoriano attraverso secoli di migrazioni, Houphouët-Boigny aveva promosso l’idea che i Baoulé erano il vero popolo della Costa d’Avorio. Durante il suo regno, durato 35 anni, non aveva esitato ad appellarsi alla mitologia Akan per legittimare il suo potere nel paese.

Félix Houphouët-Boigny

La legenda della regina Pokou (di cui parlo nel mio libro Queen Pokou, concerto for a sacrifice) viene dall’essenza della tradizione orale Akan. E’ in parte mitologica, in parte un fatto storico. Secondo la legenda, nel XVIII secolo, Pokou e i suoi partigiani erano scappati da Kumasi, la capitale del regno Ashanti, dopo una guerra di successione. Inseguiti dall’esercito reale, si erano addentrati nella foresta. Ad un certo punto del loro viaggio, un fiume largo e tumultuoso aveva fermato il loro percorso.

Per salvare il suo popolo, Pokou aveva sacrificato il suo unico figlio gettandolo in acqua. All’improvviso, il fiume si divise e la gente ebbe modo di raggiungere l’altra sponda senza pericoli. Dietro di loro, le acque si richiusero. Pokou venne nominata regina e fondò il regno Baoulé. Nel mio libro, metto in dubbio la validità del sacrificio di Pokou e ricordo ai lettori che la legenda contiene un potente messaggio: siamo tutti migranti.

Sebbene la legenda appartenga a un gruppo particolare di persone, sotto Houphouët-Boigny divenne parte dell’immaginario collettivo e acquisì lo status di mito nazionale che ritraeve il popolo Baoulé come i veri custodi dell’identità ivoriana.

Houphouët-Boigny faceva molto affidamento alla forza lavoro degli immigrati dai paesi vicini per sviluppare la Costa d’Avorio, offrendo loro qualsiasi tipo di incentivo economico, compresa la terra.

Fino al 1990, costoro non necessitavano di un permesso di residenza e godevano del diritto di voto. Dopo la sua morte nel 1993, il suo successore, Henri Konan Bédié, arrivò al potere e cercò di rafforzare ulteriormente l’identità etnica Baoulé a cui lui stesso apparteneva. Tuttavia scelse di allontanarsi da coloro che erano percepiti come non nativi.  Rafforzò questa scelta promuovendo il concetto di “Ivoirité”, che può essere tradotto grosso modo come Ivorianità. E’ un concetto che pone implicitamente questa domanda: chi è ivoriano e chi non lo è? Ciò fornì un modo per definire e mettere al sicuro la legittimità nazionale di uno attraverso la stigmatizzazione degli “stranieri”. Diventò la base per riaffermare il diritto individuale di appartenere alla nazione mentre si alienano e si escludono altri.

Henri Konan Bédié

 

Dal punto di vista economico, il regime di Bédié si caratterizzò per gli scandali finanziari e per la mancanza di responsabilità. Politicamente, il governo impedì al leader dell’opposizione Alassane Ouattara di contestare le elezioni presidenziali, sulla base del fatto che la sua famiglia è originaria del Burkina Faso e che lui stesso si presentò come un cittadino burkinabe nei primi anni della sua carriera in un’organizzazione internazionale. Ouattara, dev’essere altresì evidenziato, era già stato primo ministro sotto Houphouët-Boigny dal 1990 al 1993. Molti musulmani originari del nord della Costa d’Avorio, e che avevano legami al di là del confine in Burkina Faso, Mali e Guinea, videro in ciò un segno della loro marginalizzazione politica.

La tensione tra le regioni settentrionali e meridionali della Costa d’Avorio crebbe sempre di più fino a raggiungere il punto di ebollizione. Nel 2002, scoppiò la guerra civile nel momento in cui un gruppo ribelle, capeggiato da Soro Guillaume (l’attuale primo ministro di Ouattara) prese il controllo del nord del paese, accelerando una divisione che è al centro della crisi politica della Costa d’Avorio.

Quando venne eletto presidente nel 2000, Laurent Gbagbo, sebbene fosse di un altro gruppo etnico, continuò ad usare il concetto di Ivorianità per i suoi scopi politici. Tuttavia essendo un Bété, mise da parte la pretesa antica legittimità dei Baoulé e mantenne la componente che rafforzava l’esclusione dei settentrionali, visto che già allora Alassane Ouattara era il suo principale rivale nella lotta per il potere.

Gbagbo, inoltre, diede ulteriore spinta al concetto di ivorianità mescolandolo a una dimensione religiosa. Siccome non poteva reclamare nessuna discendenza reale, usava la retorica religiosa per evidenziare la sua personalità politica. Sebbene fosse un cattolico, si convertì alla chiesa anglicana che nella sua struttura, teologia e nelle forme del culto, lo riforniva di un immaginario potente e di una narrativa senza limiti proveniente dalla Scritture. Il Vecchio Testamento, per esempio, aveva un’assonanza particolare con le tradizioni orali.

Gbagbo e la sua estremamente influente moglie, Simone, anche lei una credente convinta, si circondavano di pastori anglicani che consultavano approfonditamente per decisioni politiche fondamentali. Il potere di un dio cristiano possessivo divenne una forza che credevano avrebbe aiutato Gbagbo nella sua lotta contro ciò che consideravano una minaccia musulmana proveniente dal nord. Inoltre cercò il consiglio dei Marabuti (preti musulmani) e gli stregoni della religione animista.

Gbagbo si guadagnò il soprannome di “Le Christ de Mama” (Il Cristo di Mama), Mama è la sua città natale nella parte occidentale del paese. A livello internazionale, aveva dei sostenitori nella destra cristiana statunitense. Nel frattempo, mentre peggiorava la crisi politica e militare, la parte meridionale del paese era immersa in un fervore religioso.

Dopo il secondo turno delle tante attese elezioni presidenziali di novembre 2010, che avrebbero dovutto mettere fine alla crisi della Costa d’Avorio, Gbagbo si è rifiutato di dimettersi e accettare la vittoria di Alassane Ouattara, il presidente riconosciuto internazionalmente.

Il braccio di ferro è durato più di quattro mesi, periodo in cui il paese è piombato in un grave conflitto che ha causato all’incirca 3000 morti e un milione di persone sradicate. La credenza che Dio stava guidando la sua battaglia e che lui sarebbe stato infine vendicato, deve aver giocato un gran ruolo nella determinazione di Gbagbo di resistere a tutti i costi, anche se è rimasto al potere per un intero decennio.

L’11 aprile, è stato infine arrestato dai soldati di Ouattara dopo che le truppe dell’Onu e della Francia avevano più volte attaccato la sua residenza con gli elicotteri. Per diversi giorni è stato rinchiuso con più di cento membri del suo entourage in un bunker.

Adesso Ouattara è infine alla guida del paese. Tuttavia, dobbiamo ricordare che a favore o contro Bédié e Gbagbo, egli ha dominato la scena politica della Costa d’Avorio per quasi vent’anni. Considerando il fatto che il paese ha un disperato bisogno di un vero cambiamento, sarà all’altezza del compito?

Dovrà affrontare il compito di riportare la sicurezza, e rilanciare l’economia.  Effettivamente le sfide che dovrà affrontare sono numerose. Garantire che la Costa d’Avorio diventi veramente uno stato secolare è una di queste ed evitare qualsiasi forma di nuovo dominio etnico è un’altra. Non ci dev’essere nessuna mentalità del vincitore, nessun “noi” contro “loro” e nessuna caccia alle streghe dev’essere condotta contro la minoranza Bété. Ciò che accade a Gbagbo e al suo ex governo è di primaria importanza, ovviamente.

Dopo le umilianti immagini della sua cattura che hanno fatto il giro del mondo, è necessario mostrare più rispetto a un ex capo di stato che ha guadagnato il 46% dei voti al secondo turno delle presidenziali contro Ouattara. Inoltre, per mettere fine all’impunità, si dovrà indagare approfonditamente sulle enormi violazioni dei diritti umani come i massacri che hanno avuto luogo a Duékoué. Ciò dovrà accadere su tutti i fronti comprese le truppe di Ouattara.

In questo senso, la Commissione verità e riconciliazione, che è in procinto di insediarsi, costituisce un passo nella giusta direzione. Tuttavia il problema se garantire o meno l’amnistia ai colpevoli sarà oggetto di un intenso dibattito e potenzialmente sarà un tema foriero di divisioni. Ironicamente, questo importante strumento nel processo di cura delle ferite, che porta giustizia e perdono, ha una forte connotazione cristiana.

Dopo gli ultimi mesi traumatici, molti ivoriani si trovano di fronte ad un dilemma: da una parte vogliono che la normalità ritorni velocemente in modo che possano continuare con le loro vite, dall’altra hanno paura di dare “carta bianca” al nuovo team politico. Milioni di euro e di dollari stanno arrivando dai donatori occidentali nell’ambito dello sforzo di realizzare una specie di “piano Marshall” per la ricostruzione. Sono attesi più fondi.

Le nuove autorità dovranno dimostrare una genuina trasparenza e responsabilità se è necessario riguadagnare la fiducia nei politici. Inoltre, dovrebbe essere sul tavolo la ricerca di vie costituzionali per decentralizzare il potere permettendo di non concentrarsi esclusivamente nelle mani dell’esecutivo presidenziale. La società civile inoltre dovrà trovare una voce più forte.

Non esiste un salvatore, gli ivoriani ne sono pienamente consapevoli. Se la Costa d’Avorio si guadagnerà una stabilità durevole e uno sviluppo, ciò dipenderà da dentro il paese nella sua interezza.

 

*Véronique Tadjo è una poetessa, romanziere e scrittrice di libri per giovani. Nata a Parigi, da padre ivoriano e madre francese, è cresciuta ad Abidjan (Costa d’Avorio). E’ responsabile di Studi Francesi all’università di Witwatersrand a Johannesburg.

 

Traduzione dall’inglese di Piervincenzo Canale

Fonte: royalafricansociety.org

Foto: aheavensUnited Nations Photobbcworldservice, wikimedia.org,

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