Gli africani, gli europei e la schiavitù

GLI AFRICANI HANNO DIMENTICATO DI EDUCARE GLI EUROPEI AFFINCHÉ ACCETTINO IL FATTO CHE LA SCHIAVITÙ SIA FINITA

JPP17/10/2013
Traduzione: Piervincenzo Canale

In Francia esiste una legge che vieta la pubblicazione dei patrimoni dei cittadini. Contrariamente all’Italia, per esempio, nessun giudice francese ha il diritto di mettere il naso nel reddito, che giustifichi il tenore di vita o meno, a meno che non si sia in presenza di un sequestro da parte dell’amministrazione fiscale. Questa regola è impunemente violata quando si tratta dei capi di stato africani nel momento in cui hanno smesso di essere docili o quando li si vuole distruggere. La prossima volta, prima di farvi manipolare e consegnare la propaganda anti-africana, chiedetevi questo: perché queste stesse organizzazioni che parlano degli stessi 3 capi di stato africani, Bongo, Sassou e Obiang, non parlano mai dei dignitari del Qatar, dei kuwaitiani o dei sauditi che in Francia non nascondono neanche l’opulenza del loro tenore di vita? Si ha come l’impressione che questa caccia all’uomo inizi nel momento in cui questi capi di stato hanno messo gli occhi su Pechino e che tutta l’impalcatura francese in Africa stia cadendo inesorabilmente. Se gli altri dovessero seguire il loro esempio, sarebbe la catastrofe.

A questo proposito, condivido pienamente le intenzioni del presidente angolano Dos Santos che avant’ieri nel parlamento del suo paese ha annunciato di annullare la cooperazione strategica col Portogallo, giustificando la decisione in questi termini:

“C’è una confusione deliberatamente organizzata dalle organizzazioni dei paesi occidentali per intimidire gli africani che aspirano ad accumulare degli attivi e accedere alla ricchezza. È così che, in modo generalizzato, si crea l’idea che l’uomo africano ricco sia corrotto o debba essere sospettato di corruzione”.

Ha detto tutto.

C’è questa mentalità degli europei di vedere gli africani solo come dei subalterni, dei mendicanti, dei poveri. E si fa fatica ad accettare che gli africani possano diventare ricchi o un’altra cosa che non i loro subalterni. Gli africani che rilasciano queste informazioni malevole sui dirigenti africani non sanno che contribuiscono al razzismo istituzionalizzato che porta a vedere l’africano solo come l’incarnazione della sfortuna, della tristezza e in seguito della stupidità. Nei miei numerosi scritto ho spesso puntato il dito sul tenore di vita e sull’incredibile livello di corruzione dei dirigenti europei ma ciò non permette di aprire un dibattito nella stessa Europa. Se bisogna denunciare un capo di Stato africano non docile, tutti vengono a dare lezioni, con il loro seguito di ingenui africani sempre pronti ad applaudire qualsiasi cosa venga dai loro padroni.

Appena finita la guerra d’indipendenza e la guerra civile, due paesi sono venuti a soccorrere l’Angola: la Cina e Cuba. All’epoca, il Portogallo aveva criticato l’aiuto, definito “senza condizioni”, della Cina all’Angola, oggi, sono i primi ad approfittare dei frutti di quell’aiuto cinese. E siccome niente è mai sufficiente per loro, vogliono anche essere al posto dei dirigenti angolani per gestire tutto. Perché per loro, gli africani non hanno diritto alla felicità. E siccome tutto ciò non è possibile, organizzano delle campagne di denigrazione. Lo fanno senza calcolare che in Africa non ci sono solo i creduloni che credono alla pretesa democrazia e si lasciano indebolire da tutti i mercanti di sogni appena sbarcati dall’occidente. C’è un’altra classe di dirigenti patriottici che sanno esattamente dove sono gli interessi del nostro popolo. E che li si tratti da dittatore o meno, non cedono al ciarlatanismo politico di alcune organizzazioni occidentali molto attive nel denunciare le virgole in Africa e molto silenziose sulla repressione della polizia negli Emirati Arabi Uniti, sull’inesistenza dei diritti delle donne, che non possono neanche guidare, in Arabia Saudita, sui soldi del popolo sperperati ad ogni occasione dalla famiglia reale del Qatar mentre il popolo muore nella miseria.

QUALI LEZIONI PER L’AFRICA

Gli africani hanno commesso l’errore di pensare alla loro stessa decolonizzazione e hanno dimenticato che era altrettanto importante e urgente procedere alla decolonizzazione degli ex predatori, affinché costoro si rendessero conto che la ricreazione era veramente finita, e che il cordone ombelicale della sottomissione era veramente tagliato. Me ne sono reso conto partecipando alla Summer School di Verona in Italia, nel mese di agosto 2013, che aveva accolto 50 giovani, 25 italiani e 25 africani. C’erano giorni in cui il corso diventava una specie di pugilato, perché gli italiani trovavano semplicemente incredibile che si parli di Africa in termini di elogio, [in termini] positivi, e dell’Europa anche in termini di decadenza, di declino. Contro ogni previsione, come dopo il mio celebre articolo sulle “vere ragioni della guerra in Libia“, la resistenza europea si è organizzata. A quel punto sono state messe in moto tutta una serie di iniziative per mettere in dubbio la mia autorità, la mia credibilità, delle email sono partite in tutte le istituzioni di Ginevra dove avevo messo piede per sapere se potevano confermare di conoscere un bastardo come me. Uno dei partecipanti mi ha promesso né più né meno che avrebbe usato l’amministrazione fiscale su tutta la durata dei miei quasi 20 anni di soggiorno in Italia per, dice lui, “farmi le scarpe”, a causa di una piccola frase, a suo avviso assassina, quella scritta sul poster del libro “Geostrategia africana”, affissa nell’aula delle lezioni e che recita: “E se l’Africa rifiutasse di stare al di sotto degli altri”. Quel partecipante, che vive e lavora in un paese africano da una decina d’anni, riteneva che quella frase fosse un incitamento alla guerra degli africani contro gli europei e mi prometteva di fare di tutto per bloccarmi in questo percorso. Non avendo elementi per rendere ridicoli i miei insegnamenti, si è passati a minacce e a manovre sotterranee. Non sapevano, però, di essere molto prevedibili. Qualsiasi africano che abbia deciso di abbandonare la danza al ritmo della falsa musica che viene suonata, sa cosa l’aspetta.

Passato lo choc iniziale, ci ho messo del tempo a riflettere per capire le ragioni di una tale aggressività su una frase tanto logica quanto, a prima vista, banale. E ho capito che l’errore era nostro (degli africani). Abbiamo passato il tempo a lavorare sulla nostra liberazione mentale, ad affinare la nostra decolonizzazione. E abbiamo dimenticato che il boia ha bisogno dello psicologo tanto quanto la sua vittima. Ho capito che per quell’italiano, dire che l’Africa rifiuta di essere al di sotto degli altri, equivale a dire, senza riflettere, che l’Europa deve morire di fame.

Infine, quest’iniziativa inaugurata in pompa magna dalla ministra per l’integrazione d’origine congolese, Cécile Kyenge, come una sfida per far lavorare insieme la gioventù africana ed europea in un’iniziativa di formazione geostrategica in favore degli interessi e del divenire del continente africano coinvolgendo tutti senza distinzione di razza, sesso o religione, si è tradotta in un vero e proprio fiasco a causa dell’incomprensione di fondo, proveniente dalla parte europea, nell’accettare che sì, l’Africa può ormai volare con le sue stesse ali e riccorrere ad altri solo per consolidare i suoi interessi ben individuati. La maggior parte dei giovani italiani mi hanno dato l’impressione che non venivano ad imparare qualcosa da me, un africano, ma venivano per consolidarsi nei loro cliché negativi a scapito di un’Africa moribonda. Una partecipante ha finanche detto: “venivo qui per sentir parlare di poligamia e del diritto violato delle donne africane, non di un’Africa che deve diventare prospera”.

La cosa più sconcertante per me è stata di constatare a che punto questa concezione di un’Africa sottomessa ed eternamente povera è ancorata nel subconscio dei giovani europei, cioè di questa gioventù sulla quale noi basiamo tutte le nostre speranze per un salto verso la ricerca della giustizia sociale e il rispetto della dignità umana ovunque essa si trovi sul nostro pianeta.

Ciò che il presidente angolano denuncia oggi è l’inizio di una nuova èra di guerra fredda tra l’Africa e l’Europa. E ciò è causa di una dimenticanza, da parte degli africani, nell’educare gli europei ad accettare definitivamente il fatto che la schiavitù sia finita e che l’Africa ha finalmente imboccato il viale che la porterà dritto verso la sua vera emancipazione.  JPP17/10/2013

Jean-Paul Pougala

Leggete questa notizia dell’AFP sul clima di freddo tra l’Angola e il Portogallo. Non è perfetto ma saprete estrarre ciò che vi interessa e lasciare a loro il resto.

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[Economia] Angola : rimessa in causa delle relazioni commerciali col Portogallo
Postato da Afro Concept News il 16 ott 2013

Il presidente angolano José Eduardo dos Santos ha rimesso in causa martedì a Luanda il rafforzamento annunciato delle relazioni commerciali col Portogallo alla luce delle tensioni tra i due paesi. “Col Portogallo, sfortunatamente, le cose non vanno bene”, ha dichiarato il signor dos Santos davanti all’Assemblea Nazionale, durante il suo discorso sullo stato della Nazione pronunciato per l’apertura della sessione parlamentare.

Eduardo Dos Santos, presidente dell’Angola, “Ci sono state delle incomprensioni a livello delle più alte istanze statali e il clima politico attuale non è incoraggiante per mettere in opera il partenariato strategico annunciato precedentemente”, ha aggiunto il presidente angolano.

L’Angola e il Portogallo –sua ex potenza coloniale– avevano annunciato a febbraio il rafforzamento delle loro relazioni commerciali e la tenuta di un primo summit bilaterale nel 2014, in seguito alla visita del ministro portoghese degli affari esteri dell’epoca, Paulo Portas, nella capitale angolana.

Ma le relazioni tra i due paesi si sono fatte tese negli ultimi mesi, dopo la pubblicazione di numerosi articoli sulla stampa angolana e portoghese che mettevano in discussione la qualità e la fondatezza degli scambi tra Lisbona e Luanda.

Il dibattito è stato lanciato da un articolo apparso sul giornale portoghese Diario de Noticias che riportava un’intervista all’attuale ministro portoghese degli affari esteri, Rui Machete, diffusa alla Radio nazionale d’Angola e in cui presentava le sue scuse a Luanda per delle inchieste condotte dalla giustizia portoghese contro personalità angolane.

Più in generale, lo sviluppo delle relazioni tra i due paesi non si fa senza critiche. Una parte dell’opinione pubblica portoghese denuncia il lassismo di Lisbona rispetto al regime autoritario del presidente angolano, al potere da trentaquattro anni, e le sue velleità di investimenti in Portogallo.

Nell’ex colonia, molti angolani accusano il Portogallo di esportare i suoi disoccupati a Luanda e di non giocare il gioco del trasferimento delle competenze e della formazione nell’ambito dei partenariati commerciali.

“C’è una confusione deliberatamente organizzata dalle organizzazioni dei paesi occidentali per intimidire gli africani che aspirano ad accumulare degli attivi e accedere alla ricchezza. È così che, in modo generale, si crea l’idea che l’uomo africano ricco sia corrotto o che debba essere sospettato di corruzione”, ha detto il presidente angolano martedì.

Di lunga data, le relazioni commerciali tra Lisbona e Luanda non hanno smesso di rafforzarsi in questi ultimi anni, in un contesto di crisi in Portogallo e, al contrario, di forte crescita in Angola. Luanda vende il suo petrolio a Lisbona e, in cambio, compra i beni alimentari e di consumo e investe massicciamente sul posto in ambiti diversi come l’immobiliare, il lusso e le banche.
Più di 100.000 portoghesi e quasi 1.000 imprese, ovviamente il settore delle costruzioni, si sono installati in Angola che dal 2011 è il terzo paese d’origine delle rimesse inviate dai migranti portoghesi, dopo la Francia e la Svizzera, secondo l’Osservatorio portoghese dell’emigrazione.

Contattata dall’AFP, l’ambasciata del Portogallo in Angola ha affermato che non risponderà in alcun modo al discorso del presidente angolano e che un’eventuale reazione verrà direttamente da Lisbona.

I partiti dell’opposizione e il presidente dell’associazione degli industriali angolani hanno, dal canto loro, deplorato le proposte del capo di stato angolano.

Fonte: AFP

 

 

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