Donne di Nder: resistenti senegalesi alla schiavitù

Le donne di Nder: partigiane senegalesi contro la schiavitù

L’8 marzo scorso il mondo ha reso omaggio alla donna! A tutte le donne, conosciute, anonime… Perché non rendere un omaggio a delle donne particolari e straordinarie?

Le donne di Nder che, un martedì del mese di novembre 1819, si sacrificarono collettivamente per non cadere tra le mani degli schiavisti maures.A quel tempo, quella del Walo era una provincia prospera che si trovava alla foce del fiume Sénégal. I suoi abitanti, dei tranquilli coltivatori, vivevano di commercio con le carovane commerciali transsahariane e con gli abitanti di Saint-Louis, prima capitale coloniale del Senegal, dove stoccavano le loro derrate agricole. Il fiume separava la [provincia di] Walo dalla Mauritania notoriamente abitata dalla tribù dei Trarzas. Con loro non si poteva mai sapere in anticipo se sbarcavano come clienti per scambiare delle merci o in quanto nemici per fare rifornimento di prigionieri. Da quando si sono installate le truppe francesi a Saint-Louis, i Maures non smettono di aumentare la loro pressione contro la Walo, che volevano far passare sotto il loro controllo per impedire che la regione cadesse in mani europee.

Quell’anno, un lungo periodo di calma, aveva fatto seguito a degli scontri violenti da cui i guerrieri maures insieme ai loro alleati Toucouleurs erano usciti ancora una volta vincitori. Si era all’inizio della stagione secca e Nder viveva un po’ al rallentatore. Il Brack (il Re) era a Saint-Louis per farsi curare una grave ferita ricevuta durante la battaglia di Ntaggar proprio contro i Maures. Come era abitudine, i dignitari del regno erano in viaggio e una buona parte della cavalleria li accompagnava.

Quel martedì, come del resto succedeva tutti i giorni, gli uomini si erano riuniti nei campi a partire dall’alba con la daba (attrezzo tradizionale) sulle spalle. Altri erano andati a caccia, mentre un terzo gruppo si era diretto verso il fiume dove erano ormeggiate le loro barche da pescatori. Solo qualche ceddos (soldato) era rimasto a fare la guardia, ed era intento a pulire il suo gran fucile con nonchalance. Nel villaggio, fatto di case rotonde date alle donne, ai bambini e agli anziani, regnava la scena quotidiana. I colpi di “pilon”, in cerchio irregolare, raddopiavano la forza per lavorare il miglio. Le donne, intente nei loro lavori, s’interpellavano all’interno delle concessioni. Altre erano indaffarate all’interno dei granai dove erano stoccati gli ultimi raccolti. Alcune chiacchieravano tranquillamente nella piazza del villaggio, mentre dei bambini si rincorrevano rumorosamente intorno all’albero a parabole dove, la sera, gli anziani erano soliti raccontare le storie del passato.

Spesso un grido di terrore sconvolgeva la quiete del luogo. In un istante, le risate si congelavano, cadevano i piloni, si svuotavano le concessioni. Tutti gli sguardi convergevano verso la donna che avevano appena attraversato rumorosamente l’entrata del tata, questo muro di cinta di rame e argilla che doveva proteggere i villaggi in caso di attacchi.

Con la mano che stringeva forte la brocca grondante d’acqua anche se svuotata del suo contenuto, la donna ansimava terrorrizzata: « I Maures ! I Maures sono qui ! Arrivano ! Ero sul bordo del lago Guiers e li ho visti attraverso le canne. Un esercito di Maures ! Con loro c’è anche una truppa di Toucouleurs condotti dal capo Amar Ould Mokhtar ! Si accingono ad attraversare il fiume e vengono verso il nostro villaggio ! »

Tutte le donne gridavano contemporaneamente. Sapevano quale sorte le aspettasse… i Maures avevano ripreso le loro razzie nel Walo per approvvigionarsi tra gli autoctoni. Un gran numero di uomini, donne e bambini sarebbero stati strappati alle loro famiglie per essere venduti come schiavi alle ricche famiglie dell’Africa del Nord. Era sempre stato così e Nder aveva perso molti figli e molte figlie.

In quel frangente, a qualche chilometro da là, posizionati sull’altra riva del fiume, i cavalieri col turbante venuti dal deserto si accingevano a lanciare i loro cavalli all’assalto del villaggio. Le donne decisero subito di organizzare la resistenza con i soldati rimasti sul posto.

Immediatamente, decisero di spedire i bambini nei campi vicini guidati dagli anziani con l’obiettivo di nasconderli sotto gli alti coni di miglio. Dopo si precipitarono nelle loro case per uscirne vestite con dei boubous (lunghe tuniche nere, NdT) e dei pantaloni sbuffanti, chi di uno sposo, chi di un padre, chi di un fratello; i capelli nascosti sotto i berretti da uomo. Si erano munite di qualsiasi cosa potesse servire alla loro difesa: coltelli, lance, randelli e finanche dei veri e propri fucili che si apprestavano a maneggiare per la prima volta.

Amazzoni per un giorno, quelle donne si batterono con l’energia della disperazione. Serve, contadine, aristocratiche, giovani, anziane, s’impegnarono animate solo del coraggio nel terribile confronto col nemico. Nei loro canti di festa in memoria di quelle donne eccezionali, i griot, illustratori delle pagine di storia africana, assicurano che quel giorno uccisero più di trecento Maures. Il combattimento fu tuttavia impari. I ceddos furono rapidamente sterminati. Dei rivoli di sangue bollente si spandevano in una pozzanghera rossastra sul suolo di terra battuta. Qui e là giacevano alla rinfusa dei cadaveri e dei feriti agonizzanti.

Di fronte alla selvaggia determinazione delle sopravvissute che, anche se disarmate, erano di numero superiore alla colonna nemica, il capo Amar Ould Mokhtar lanciò alle sue truppe l’ordine di disperdersi. I cavalieri del deserto riposarono le loro spade affilate, presero i loro feriti in groppa e riattraversarono il lago. Arrabbiato per essere stato tenuto sotto scacco dalle donne, il capo maure sapeva tuttavia che non avrebbero potuto resistere a lungo nonostante il loro coraggio. Non volendo rischiare di rovinare la « mercanzia », contava di ritornare un pò più tardi per prenderle vive e ricavarne un prezzo migliore sui mercati degli schiavi.

Le donne di Walo si sentirono perse… Sul fenire delle forze, non potevano sostenere un secondo attacco. Gli uomini erano tutti morti e il messaggero che si era precipitato a cercare aiuto sarebbe arrivato sicuramente troppo tardi. Qualsiasi speranza era vana.

Donne di Nder ! Degne figlie del Walo ! Rialzatevi e rimboccatevi le maniche !

Fu allora che una voce si alzò al di sopra delle urla, dei lamenti e degli strazi di dolore. Era Mbarka Dia, la confidente della regina Faty Yamar. Lei sola sapeva farsi sentire dalle cortigiane energiche e autoritarie che circondavano la regina. Appoggiandosi all’albero delle discussioni, perché lei stessa era stata ferita, si mise a radunare le sue compagne:

« Donne di Nder ! Degne figlie del Walo ! Rialzatevi e rimboccatevi le maniche ! Prepariamoci a morire ! Donne di Nder, dobbiamo sempre indietreggiare di fronte agli invasori ? I nostri uomini sono lontani, non sentono le nostre grida. I nostri bambini sono al sicuro. Allah onnipotente saprà proteggerli. Ma noi, povere donne, cosa possiamo contro questi nemici senza pietà che non tarderanno a riprendere l’attacco? »

« Dove potremo nasconderci senza che ci scoprano? Saremo catturate come lo furono le nostre madri e le nostre nonne prima di noi. Saremo trasportate dall’altra sponda del fiume e vendute come schiave. E’ questa una sorte degna di noi? »

I pianti si fermarono, i lamenti si fecero più sordi… « Rispondete ! Rispondete invece di restare là a lamentarvi ! Che avete nelle vostre vene ? Sangue o acqua ? Preferite che in futuro si dica ai nostri nipoti e alla loro discendenza: le vostre nonne hanno lasciato il villaggio in catene? O forse: le vostre antenate sono state coraggiose fino alla morte ! »

La morte ! A questa parola, ci fu una sorda escalamazione. « La morte ! Cosa dici Mbarka Dia ? » « Si sorelle mie. Dobbiamo morire come donne libere, e non vivere come schiave. Quelle che sono d’accordo mi seguano nella grande casa del consiglio dei Saggi. Ci entreremo tutte e vi appicheremo il fuoco… Sarà il fumo delle nostre ceneri che accoglierà i nostri nemici. In piedi sorelle mie! Poiché non c’è altra via d’uscita, moriremo come orgogliose donne di Walo ! »…

Il sole era adesso alto nel cielo. Un silenzio agonizzante si abbattè sul villaggio. Mute per la disperazione, le donne avanzarono lentamente verso la grande casa che si ergeva imponente nel bel mezzo del villaggio. Neanche una aveva osato opporsi a Mbarka Dia temendo che l’eco della sua codardia avrebbe macchiato la sua discendenza. Per l’ultima volta contemplarono il decoro familiare del loro quotidiano, lasciarono i loro sguardi gonfi di lacrime vagare sui granai saccheggiati, sui coni abbandonati a terra, sulle marmitte rovesciate, sulle case sventrate e tutti quei cadaveri vicini che cominciavano a gonfiarsi per l’effetto del calore…

A quel punto si stiparono nella casa principale. Qualche giovane madre che non aveva voluto separarsi del suo neonato, lo soffocava stringendolo al seno. L’ultima a entrare nella sala era incinta e prossima al parto. Mbarka Dia fermò la porta. Con un gesto preciso, infiammò una torcia e senza neanche un tremolio la lanciò contro una delle facciate. Subito nacque una fiammata enorme. All’interno della casa, le donne avvinghiate, strette le une alle altre, intonarono, come per darsi un ultimo sussulto di coraggio, delle ninna nanne e dei vecchi ritornelli che sin dalla loro infanzia avevano ritmato le loro attività.

I canti cominciarono ad affievolirsi… presto rimpiazzati da violenti colpi di tosse. Fu allora che la futura madre, guidata dal suo istinto di sopravvivenza, spinse violentemente la porta con un calcio e, prendendo un boccata d’aria, si precipitò all’esterno dove svanì nella terra battuta. Quelle che vivevano ancora non si mossero. Qualche altro ebbe il tempo di mormorare: « Lasciatela. Testimonierà la nostra storia e lo dirà ai nostri figli che lo racconteranno ai loro figli per la posterità. » Coloro che non erano state ancora asfissiate continuarono a cercare nei canti di supplica, il coraggio di restare in quel cerchio incandescente. Le voci si spensero a poco a poco… Di colpo, una spaventosa rottura soverchiò il rumore delle fiamme. La struttura del tetto crollava sui loro corpi. E’ un silenzio di morte che accolse gli uomini giunti troppo tardi per soccorrere il villaggio. Tutte le donne di Nder erano morte. Eccetto una.

Gli anziani affermano che in quel momento, delle grosse nuvole nere ricoprirono il cielo e tutto divenne oscuro. Come per nascondere il dolore di quei padri, di quei figli, di quegli sposi, annientati dalla disperazione che né i loro pianti, né le loro lacrime, potrebbero calmare. A partire da quel giorno e per molto tempo, s’instaurò nel villaggio di Nder un rito conosciuto sotto il nome di « Talata Nder », per onorare la memoria di queste eroine. Ogni anno, un martedì del mese di novembre, nessuna attività disturba quella giornata del ricordo. Per molte ore, uomini e donne, giovani e anziani, restano bloccati all’interno delle loro dimore per pregare e rendere omaggio al sacrificio delle donne di Nder.

Oggi, mi si dice, questo piccolo villaggio del Walo è lasciato all’abbandono e all’obblio della natura, così come della memoria. Nessuna commemorazione si celebra più per ricordare la pagina di storia che qui è stata scritta. I nostri orgogliosi antenati di Nder non meriterebbero un trattamento migliore dell’indifferenza dopo questa bella lezione di eroismo che ci hanno lasciato?

Fonte: Fabienne Lasseux, facebook.com/fabylasseux/posts/4987274392531

 

 

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