Costa Avorio: “Vogliamo la liberazione…” di Gbagbo

Il signor Kouassi Ouraga Bertin è il capo del villaggio di Mama, il villaggio natale dell’ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, situato nella sotto-prefettura di Ouragahio, dipartimento di Gagnoa. Nell’intervista che segue, il capo ricorda la crisi seguita alle elezioni politiche, il processo del 18 giugno, la sconfitta di Sarkozy e la riconciliazione nazionale.

Qual’è oggi lo stato d’animo delle popolazioni dopo più di un anno dalla caduta del regime del loro Laurent Gbagbo?

Qui a Mama, siamo addolorati da quando il presidente Gbagbo è stato prelevato e portato a Korhogo e poi all’Aia. Per di più, i nostri paesi sono occupati dai Dozos (NDLR: cacciatori tradizionali) dopo la crisi post-elettorale. Questi Dozos ci spaventano. Fanno paura solo a vederli. Anche l’insicurezza cresce sempre di più. Tutto ciò ha fatto sprofondare il villaggio in un silenzio totale. E con la morte del nostro Kuyo Pipeline, l’aria si è fatta ancora più pesante perché per noi, è una grossa perdita, un cordoglio nazionale. Abbiamo paura di ricevere i giornalisti qui a Mama, perché quelli che arrivano qui troppo spesso deformano le nostre idee. Hanno detto che noi abbiamo delle armi che aveva distribuito Gbagbo; noi non abbiamo nessun’arma. Quando Gbagbo era al potere, c’erano dei militari qui a Mama. Durante la crisi, qui c’era il fuggi fuggi. I militari avevano lasciato il villaggio, facendoci credere che andavano a prendere delle disposizioni per difendere le popolazioni. Andandosene, avevano lasciato un pò dappertutto le loro armi. Quando si è trattato di rendere le armi, abbiamo chiesto ai giovani di cercarle ovunque per recuperarle. C’è voluto un pò di tempo perché non avevamo armi ma abbiamo dovuto cercarle e avevamo scoperto 4 calibro 12 e dei Kalachnikovs nelle vicinanze, che erano state abbandonate dalle forze militari. Quando le abbiamo rese, sono stato presentato alla tv nazionale per sottolineare la presenza di quelle armi e qualcun’altro ha preso la parola al posto mio per dire che Gbagbo Laurent aveva veramente dato delle armi alle popolazioni di Mama. Alcuni giornalisti, con i loro scritti, fanno di tutto per far restare Gbagbo lì dove si trova. In questo villaggio la nostra preoccupazione è semplice, è di vedere il più presto possibile nostro fratello, il nostro figlio che ritorni al villaggio. Non abbiamo più nessuno. Kuyo era qui e se n’è andato, è necessario che Gbagbo ritorni.

Il 6 maggio 2012, data del cambio di regime in Francia, è stato detto che gli abitanti di Mama hanno manifestato la loro gioia. Cos’è successo?

Non è successo niente a Mama dopo la sconfitta di Sarkozy alle elezioni francesi. Quando il tuo dito si trova nella bocca di qualcuno, non bisogna muoverlo altrimenti si rischia di romperlo. Dunque, noi preghiamo affinché Gbagbo venga liberato. Abbiamo ricevuto istruzioni di non manifestare il giorno dell’annuncio dei risultati del voto in Francia. Quel giorno avrebbero potuto mandarci delle persone per attaccarci di nascosto. Non si è mai manifestato per la sconfitta di  Sarkozy.

Ben presto, il 18 giugno prossimo, ci sarà il processo di conferma dei capi d’imputazione contro Laurent Gbagbo. Come vi preparerete per questo evento?

Il villaggio di Mama riprende vita poco a poco. Cominciamo a riprendere le nostre attività campestri, e il villaggio pensa a un futuro migliore. Per il giudizio che si annuncia, nessun genitore può augurare che suo figlio sia imprigionato. Mama ha speranza e si augura che dopo il 18 giugno, o durante il giudizio, si dica che il nostro figlio è stato liberato. Verrà a sedersi qui nel villaggio per continuare i suoi lavori. Dopo la crisi post-elettorale, (…) abbiamo vissuto delle difficoltà.  L’unica cosa che non è successo nel nostro villaggio, è che le nostre case non sono state incendiate. Per il resto, siamo stati derubati di tutto. I miei veicoli sono stati portati via. Il capo del villaggio, quale io sono, è costretto a lavorare con dei veicoli di trasporto comuni. Che lo Stato ci dia i nostri mezzi.

Recentemente, il primo ministro Charles Konan Banny era di passaggio nel suo villaggio. Possiamo sapere le ragioni di questa presenza qui, a Mama?

Prima di tutto, il presidente Banny è venuto alle esequie del nostro Kuyo Pipeline, in quanto lui si considera figlio di Gagnoa, e finanche di Mama tanto che il presidente Gbagbo, a suo tempo, l’avrebbe invitato qui visto il legame d’amicizia che li lega. Conosce Kuyo perché è un figlio di questo villaggio, è rimasto più tempo qui (ndlr : indica casa sua) che alla cerimonia funebre. E’ ripartito il giorno dopo, e poi è tornato per la messa domenicale. Dopo il culto e il funerale, è ritornato a casa nostra. Abbiamo parlato di diverse cose. Abbiamo ricordato che i capi di Gagnoa gli avevano reso visita a Yamoussoukro per chiedergli di usare tutto il suo peso per la liberazione di Gbagbo. Gli avevamo anche fatto conoscere tutte le nostre difficoltà durante la crisi post-elettorale. Ugualmente l’avevamo invitato a Gagnoa, quindi avevamo riaggiornato tutti questi problemi nel quadro della riconciliazione nazionale. Non bisogna dimenticare che Gagnoa, sotto il presidente Houphouët-Boigny, è stata gemellata a Yamoussoukro. E’ per questo che noi li (ndlr : i Baoulés) abbiamo rimproverati per il fatto che dopo la guerra, la cittadinanza della capitale politica non era venuta a salutarci. Il primo ministro Banny ci ha anche rimproverato per non essere andati noi a salutarli (risate). L’abbiamo anche invitato a renderci visita nell’ambito del suo lavoro di riconciliazione nazionale, e lui ci ha detto che Mama non è un villaggio di un altro stato. Mama è un piccolo villaggio dello stato della Costa d’Avorio. Noi, da parte nostra, conosciamo la mentalità del nostro fratello, del nostro figlio Gbagbo. Non ha mai voluto attaccarsi al potere. Ne aveva per due mandati e poi se ne andava. Il dipartimento di Gagnoa ha riconosciuto Alassane Ouattara come presidente della Repubblica. La prova è che noi eravamo presenti durante la sua investitura, anche se siamo stati ignorati. Questo fatto non ci ha detto niente perché abbiamo voluto dimostrare che Alassane era il presidente di tutti gli ivoriani. Siamo stati pronti alla riconciliazione, sempre che questa sia nella giusta forma. Noi a Mama, noi siamo riconciliati con coloro che ci hanno colpito. C’è stata un’agitazione poi tutto si è calmato. La colpa è dei politici, non delle popolazioni. Se tra loro non è stato regolato niente, sarà difficile.

Intervista di Venance KOKORA

Fonte: cotedivoire-lavraie.fr

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