Appello per i profughi eritrei

APPELLO AL MINISTRO DELL’INTERNO ROBERTO MARONI E AL MINISTRO DEGLI ESTERI FRANCO FRATTINI PERCHE’ ANNULLINO I TRATTATI FIRMATI CON IL REGIME DITTATORIALE DI ISAIAS AFEWERKI.

Considerato che il maggior numero dei richiedenti asilo a livello mondiale provengono dall’Eritrea (solo nel 2009, 62.000 eritrei hanno lasciato il paese) ed è costituito da giovani e famiglie in fuga dalle durissime condizioni di vita sotto il regime del dittatore Afewerki,

Considerato che paese è stato definito un “lager-prigione a cielo aperto” e tra le varie ingiustizie e gli abusi che affliggono il paese e che sono stati denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani spiccano il sawa, cioè l’arruolamento forzato nell’esercito a tempo indeterminato per ragazzi e ragazze a partire dai 15 anni; la persecuzione dei dissidenti e dei giornalisti, con la negazione totale della libertà di stampa (record africano per numero di giornalisti detenuti); come pure la persecuzione delle minoranze religiose,

Considerato che a livello di politica estera, l’ONU nel dicembre 2009 ha decretato sanzioni e le rinnovate all’inizio di quest’anno per contrastare le azioni destabilizzanti del regime di Afewerki in Somalia e nel Corno d’Africa col suo sostegno ai miliziani islamisti”, sanzioni che comprendono l’embargo sulle armi, il divieto di viaggiare per alcuni suoi dirigenti e il congelamento dei loro conti esteri,

Considerato che la violenza della dittatura si estende anche alla diaspora: un fitto servizio di intelligence coordinato dalle ambasciate e dai consolati svolge attività di controllo su ogni territorio. Gli eritrei della diaspora sono controllati nelle loro vite e se un comportamento antigovernativo viene ravvisato, vengono minacciati personalmente e ricattati, e le loro famiglie rimaste in patria subiscono conseguenze indicibili. Attivisti per la difesa dei diritti umani sono stati più volte minacciati e aggrediti verbalmente e fisicamente durante lo svolgimento di presidi informativi regolarmente autorizzati dalla questura.

Considerato che l’Italia è il paese verso cui una gran parte dei richiedenti asilo si dirige con mezzi di fortuna che spesso si tramutano in tragedie come i naufragi e le conseguenti morti di centinaia di persone nei barconi che tentano di attraversare il Mediterraneo, per porre fine a questo stillicidio di vite umane che secondo statistiche attendibili ha avuto come conseguenza la morte di 16.000 persone nell’arco di 15 anni:

Facciamo appello al governo italiano, nelle persone del Ministro dell’Interno Roberto Maroni e del Ministro degli Esteri Franco Frattini, perché metta fine alla nostra complicità con il regime di Afewerki annullando i trattati di cooperazione economica, commerciale e politica firmati nel corso di circa vent’anni e che la rendono il primo partner occidentale del regime eritreo.

Comitato per la solidarietà con i popoli del nord Africa in rivolta, per informazioni contattare piccolop@mindspring.com, Hamid Barole Abdu: 339.5919387, Pina Piccolo: 338.6268250, Patricia Quezada: 339.1923429, Mohammed Moufti 059 9784951

ASPER ( associazione per la tutela dei diritti umani del popolo eritreo) www.asper-eritrea.com email: asper.eritrea@gmail.com phone: 0039 3343843669

 

Associazione per la democrazia e la giustizia in Eritrea

Ass. Rifugiati Eritrei – Milano
Mossob

per sottoscrivere all’appello
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INFORMAZIONI SULLA SITUAZIONE ERITREA

Non passa giorno che i mass media non trasmettano notizie del ritrovamento di decine o centinaia di cadaveri appartenenti a immigrati/profughi annegati mentre tentavano di arrivare a Lampedusa con barconi di fortuna in fuga dai paesi dittatoriali.

A fuggire dall’Eritrea, paese a regime dittatoriale, sono soprattutto i giovani, in cerca di una prospettiva di vita dignitosa e migliore.

Nella maggioranza dei casi, queste fughe vengono intercettate dalle forze del regime e i giovani vengono rinchiusi, appunto, nei gulag a cielo aperto dove subiscono tutte le forme di tortura immaginabili.

In altri casi, quando per fuggire si affidano ai trafficanti possono cadere vittime di ricatti e sequestri com’è capitato agli 80 eritrei sequestrati dai predoni nel deserto del Sinai, tenuti ancora a tutt’oggi in catene fino a quando non avranno pagato un riscatto di 8000 dollari ciascuno.

I corpi che spesso riempiono quello che è diventato il cimitero del Mediterraneo appartengono ai “fortunati” che evasi dai campi, attraversando tutto il deserto del Sudan, erano riusciti con grandi stenti ad arrivare fino in Libia (una drammatica testimonianza di questi viaggi viene fornita nel documentario “Come un uomo sulla terra”).

Qui li aspettava un’altra grossa prova, cioè riuscire a sfuggire agli aguzzini di Gheddafi per poi imbarcarsi fino a Lampedusa.

Con lo scoppio del conflitto in Libia, prima la rivolta e adesso i bombardamenti delle potenze occidentali, i giovani eritrei si sono trovati ad affrontare ulteriori difficoltà, cioè:

1. sfuggire ai bombardamenti;
2. nascondersi per non essere scambiati per i mercenari di Gheddafi a causa della pelle nera;
3. non essere catturati dai rivoltosi libici, a conoscenza del fatto che Isaias ha mandato tra 200-300 truppe eritree a sostegno dell’amico Gheddafi.

Quindi ancora maggiore si può considerare la sfortuna di questi giovani che erano finalmente riusciti ad imbarcarsi per poi annegare nelle acque del Mediterraneo.

E ancora più vergognosa risulta la responsabilità e la complicità dei paesi occidentali, in primis l’Italia. Come per i trattati di favore con il dittatore Gheddafi, l’Italia ha firmato diversi trattati con Isaias Afewerki, ottenendo condizioni favorevoli basate sullo sfruttamento dei giovani rinchiusi nei lager.

Ci possiamo considerare pienamente complici delle sventure dei giovani Eritrei su tutto l’arco delle loro vicissitudini, prima attraverso l’appoggio al dittatore eritreo, poi a Gheddafi e alle sue politiche di gendarme del Mediterraneo che garantisce il non arrivo via mare dei rifugiati.

Siamo poi responsabili della pratica dei respingimenti operati dalle motovedette italiane per i “fortunati” che siano riusciti ad arrivare nel Canale di Sicilia, per non parlare poi della detenzione nei Cie per quelli intercettati su suolo italiano.

Se vogliamo trarre qualche insegnamento da tutta la vicenda della Libia siamo ancora in tempo a lanciare un appello al nostro governo perché rescinda i trattati con Isaias Afewerki, interrompendo il primo anello della catena di sventure che si abbattono sui giovani eritrei.

Siamo chiamati ad agire anche su tutti gli altri anelli, cioè a rivendicare il diritto d’asilo per i profughi, visto che l’Italia risulta essere il paese in Europa che concede asilo al minor numero di richiedenti, come pure batterci per l’abrogazione della Bossi-Fini e del pacchetto sicurezza che istituisce il reato di clandestinità, la pratica dei respingimenti e i Cie.

Considerato il legame storico che unisce l’Italia alla sua ex colonia eritrea, è fondamentale che chi ha a cuore i diritti umani comprenda l’importanza di agire tempestivamente a livello politico facendo pressioni sul nostro governo perché si muova per favorire mutamenti reali in Eritrea, volti a ripristinare i fondamentali diritti democratici quali libere elezioni, multipartitismo, suffragio universale, etc.

Il momento di agire è indubbiamente adesso per evitare altri morti nel Mediterraneo, prima che si scatenino ancora maggiori spargimenti di sangue contro il popolo eritreo, che a differenza delle popolazioni del Maghreb e del Medio Oriente è stretto in una morsa talmente brutale che rende impossibile le eventuali rivolte, verificatesi invece altrove in questi ultimi mesi.

Senza ombra di dubbio l’Italia sarà costretta a fare i conti in maniera pesante – in termini economici, di immagine nel mondo, di coscienza, di conflittualità – se non si affronta all’origine il quadro sopra descritto. Diversamente l’emorragia di questi dannati della terra continuerà a perseguitare le nostre coscienze.

Vi invitiamo quindi a firmare questo appello che verrà depositato presso il Ministro dell’Interno Roberto Maroni e il Ministro degli Esteri Franco Frattini.

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