2011: l’anno della donna… africana

E’ stato un grande anno, forse il migliore, per i movimenti pro-democrazia che, nella maggior parte dei casi, sono stati spinti e sostenuti da donne. A partire dalla Tunisia, gli aumenti dei prezzi del cibo hanno subito riguardato l’Egitto, l’Algeria, e altre parti del continente. In alcuni casi, gli uomini forti sono stati spodestati.

Leymah Gbowee è una delle tre donne che, quest’anno, ha vinto il premio Nobel per la pace. Gbowee e Tawakul Karman, dello Yemen, hanno ricevuto il premio per costruire la pace alla vecchia maniera: mobilizzazioni di massa, coraggio individuale, insistenza sul tenere gli occhi fissati sul premio.

In Egitto, le donne di piazza Tahrir hanno spostato il dibattito dalla riforma alla liberazione e poi hanno cacciato Mubarak. E cosa vediamo oggi nei notiziari da piazza Tahrir? Soldati che attaccano, picchiano e violentano le donne. E le donne continuano ad andare avanti. E vanno avanti. Non finirà fino a quando le donne canteranno.

In Uganda, il movimento Walk-to-Work movement, che non ha ricevuto molta attenzione dai media mainstream di Global North (ma forse è una cosa buona, data la qualità della copertura [giornalistica]), è guidata in larga maggioranza da donne, come Ingrid Turinawe, che ha smesso di lavorare, ha proposto nuove forme di rivolta e d’intervento, e, non per caso, ha richiamato l’attenzione alle condizioni di prigionia in Uganda, in quel caso della prigione di Luzira Prison.

A proposito dell’Uganda, nel weekend, il governo del paese si è impegnato a ridurre il tasso di mortalità delle donne incinta del 50%. Che questo impegno sia vero o in buona fede, il semplice fatto che è stato detto indica un percorso che attraversa tutto il continente quest’anno. Il percorso serve a riconoscere la mortalità delle donne incinta come un problema di salute pubblica, come un problema delle donne, un diritto umano. Problema vuol dire crisi. Troppe donne muoiono dopo aver partorito. Anche il governo del Kenya ha promesso di ridurre la mortalità infantile, mentre gli abitanti delle zone rurali del Kenya hanno trovato nuovi modi per garantire la sicurezza delle donne incinta e delle donne che stanno partorendo. Nel frattempo, in Sudafrica, lo stato continua a presentare delle scuse piuttosto che delle soluzioni.

L’attenzione del mondo per la mortalità delle donne incinta da inquadrare come un problema che i governi possono affrontare, piuttosto che lamentarsi, è iniziata due anni fa con il report di Amnesty, “Demand Dignity: Case Studies on Maternal Mortality,” che riguardava la Sierra Leone, il Peru, gli Usa e il Burkina Faso. L’intervento di Amnesty mirava a far considerare la mortalità delle donne incinta come una violazione dei diritti umani. E’ una storia che continuerà anche l’anno prossimo.

Un’altra importante storia di diritti umani, in tutto il continente, continua ad essere quella dei diritti, della sicurezza e del benessere delle comunità e delle persone LGBTIQ. In Sudafrica, il processo agli assassini dell’attivista lesbica Zoliswa Nkonyana sta per finire con la sentenza. La fotografa, avvocata, sostenitrice e organizzatrice Zanele Muholi continua ad aprire nuovi percorsi. In Uganda, l’attivista dei diritti degli omosessuali David Kato è stato brutalmente assassinato a gennaio. In Kenya, l’attivista dei diritti dei gay David Kuria ha comunicato questa settimana che si candiderà alle prossime elezioni. Ciò lo renderà il primo candidato dichiaratamente gay nella storia del paese. E mentre l’infinita ondata di legislazione omofobica continua ad attraversare tutto il continente, gli attivisti LGBTIQ e i loro sostenitori si stanno organizzando in diverse località. Contemporaneamente, i richiedenti asilo gay e lesbiche, come gli ugandesi Brenda Namigadde o Betty Tibikawa, combattono, da soli, per cercare rifugio in posti distanti e spesso inospitali.

Finalmente, beh quasi finalmente, mentre le donne continuano ad essere danneggiate dai furti di terre — in Sud Sudan e Uganda, in Kenya, e altrove — le lavoratrici africane sono giunte alla ribalta quest’anno in due modi. Primo, grazie all’Organizzazione internazionale del lavoro e alle organizzazioni locali, regionali e nazionali, come il SADSAWU in Sudafrica, il concetto di lavoro dignitoso per le lavoratrici domestiche ha iniziato a prendere piede. Questo potrebbe significare qualcosa di positivo per le vite dei lavoratori domestici transnazionali, soprattutto in Medio Oriente e in Europa, così come a casa. Secondo, il mondo ha iniziato a riconoscere, formalmente, che i piccoli proprietari terrieri [a] esistono e [b] sono una componente fondamentale, e dovrebbero essere delle partecipanti chiave in qualsiasi discussione sulla sovranità alimentare, sulla sicurezza alimentare, sui cambiamenti climatici e sulla salute. E chi sono questi proprietari terrieri e contadini? Donne. Soprattutto in Africa. Non sono, così come sono state descritte, “a low skill base” [una base con scarse capacità].  Al contrario, le contadine, come quelle dei vigneti o dei frutteti del Western Cape, o delle piantaggioni di zucchero del Kwa-Zulu Natal del Sudafrica, non sono il problema. Loro sono, o potrebbero essere, una parte di una catena di produzione alimentare sostenibile e sostanziosa.

Infine, è stato un anno in cui abbiamo perso molte persone. Concludo con una, Wangari Maathai. Riposa in pace. Hamba kahle.

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