Tunisia: Quando le resistenze agiscono (3)

04.Ottobre.2013 · Posted in attualità

Il 21 settembre, in Tunisia, sono stati arrestati otto artisti militanti. Questo è solo uno dei tanti episodi di repressione attraverso cui si stanno ricomponendo i poteri controrivoluzionari. Abbiamo conosciuto alcune delle persone arrestate perchè insieme a loro abbiamo condiviso dei momenti della campagna ‘Da una sponda all’altra: vite che contano’. Pubblichiamo questo articolo perché la repressione colpisce quando le resistenze, con atti e parole, agiscono e non si limitano ad esprimere.

«Sosteneteci»
Lettera di un attivista tunisino a Edgar Morin

Azyz Amami, uno dei blogger emblematici della rivoluzione che ha rovesciato il regime di Ben Ali nel 2011, scrive una lettera aperta a Edgar Morin per raccontargli cinque storie della Tunisia odierna, e chiedergli di sostenere i giovani resistenti d’oggi.
libre-tunisia-repressioneCaro signor Morin, prima di cominciare, mi lasci fare questa confidenza: non avrei mai pensato che scriverle fosse stato un compito così arduo. Ho iniziato questa lettera dodici giorni fa. Ma ogni volta che avanzavo, dovevo ritornare indietro per riesaminare ciò che scrivevo. Quando si tratta di rivolgerle la parola, signor Morin, bisogna saper misurare le parole. Il peso del suo lavoro cognitivo e della sua lotta impone il rispetto.

Innanzitutto ho voluto scriverle questa lettera in risposta alla tribuna pubblicata sul sito Libé, intitolata « Sosteniamo i giovani in Tunisia » e alla quale lei ci ha fornito la sua firma.

Ad un certo punto, volevo lasciare perdere gli effetti di questo testo che ha avuto degli echi molto diversi in Tunisia.

Poi, dopo averci pensato meglio, mi sono detto che in fin dei conti, non erano altro che delle differenze di lettura e che, in fondo, le intenzioni erano le stesse: aiutare questa gioventù in Tunisia. L’aiutare in cosa, come aiutarla? E’ li tutta la differenza. Invece di criticare quel testo, mi propongo di raccontarle alcune storie.

1. La storia della rivoluzione

Una prima storia è quella della rivoluzione in Tunisia. E’ un processo che alcuni giovani hanno iniziato da qualche anno. Aiutati e sostenuti da alcuni dei loro fratelli più grandi.

Ben Ali teneva il paese col pugno di ferro. E il Ben Ali di cui parlo non è una persona sola. Diciamo che « Ben Ali » è l’idea di governance che ha guidato il paese dal 1987 al 2011.

Parlerò solo di questo periodo poiché la mia età non mi permette di riportare la storia di ciò che non ho vissuto.

Ben Ali basava il suo potere su quattro pilastri:

le famiglie finanziarie corrotte e avide;
i poliziotti corrotti e avidi;
i giudici corrotti e avidi;
un partito che mantiene le arene protocollari.

Queste istituzioni servivano solo a disegnare e mettere in piazza ciò che conveniva ai padroni.

I giovani ne hanno avuto abbastanza e hanno cominciato a scaldarsi. Nel 2008, la prima rivolta, quella di Redeyef, aborti grazie alla forza del fuoco, del sangue e del silenzio. Tutta la macchina partecipa al bagno di sangue: polizia, esercito che gioca il ruolo di sostegno alla polizia, famiglie finanziarie che mettono a disposizione tutte le loro risorse e poi i giudici per mandare in prigione quelli che la polizia ha arrestato.

Poi venne il dicembre 2010. Una buona parte di coloro che avevano vissuto la sconfitta del 2008 vi partecipava. Ognuno aveva imparato la sua lezione. Ne avevamo abbastanza. Di questi poliziotti grossolani e umilianti, di questi morbidi e paffuti pieni di soldi arroganti, di questi dignitari dallo sguardo altezzoso.

A quel tempo, i rapper, gli attivisti, i disoccupati, i militanti sindacalisti, studenti, artisti, e « wled hwem » – una specie di sans-culottes alla tunisina – occuparono le prime linee del confronto. Furono arrestati, torturati, condannati e imprigionati. Il sangue è fuoriuscito.

Fino a quando un certo 14 gennaio 2011, Ben Ali non fece più parte della scena politica.

Qui finisce la storia tanto raccontata e mediatizzata.

Qui cominciano le storie non raccontate.

Nonostante l’esplosione euforica del momento, i giovani non si sono riposati il 15 gennaio. Sono ridiscesi chiedendo questa volta la dissoluzione del partito di Ben Ali, e delle altre componenti del concetto « Ben Ali ». Il viso se n’era andato e noi abbiamo continuato a scorticare il resto del corpo.

Un primo tempo, le persone iscritte sul conto di « Ben Ali » hanno abbandonato il governo, poi in un secondo tempo, il partito fu sciolto.

Da allora, lo slancio rivoluzionario, tanto appoggiato da diverse frange della società civile così come da alcuni partiti politici, non ha mai smesso di diminuire a vantaggio del calcolo politico e partigiano.

Ognuno si trasformò in Iznogood. La sola ambizione comune era di diventare RCD al posto del RCD. Ciò nonostante, il soffio della rivoluzione – precisamente l’impresa che conduce al cambiamento radicale delle strutture societarie, attraverso il cambiamento del sistema dei valori della società – non ha smesso di esistere. E questo soffio persiste, tra sconfitte e vittorie.

2. La storia di Nasreddine Shili

Seconda storia, quella di Nasreddine Shili. Nasreddine Shili è uno sceneggiatore, attore e militante della prima ora. Il suo impegno politico e rivoluzionario non è un segreto di Stato, fu uno dei primi a mobilizzarsi nel dicembre 2010, non è mancato neanche ad una manifestazione, ed ha partecipato a tutte le forme di flashmobs e di mobilizzazioni che, all’inizio, raccoglievano solo un piccolo numero di persone.

Quest’impegno gli ha valso una storia speciale e ben messa in scena l’11 gennaio 2011. Quel giorno, quattro poliziotti l’hanno preso mani e piedi e l’hanno gettato contro un pannello pubblicitario, con tutte le loro forze, diverse volte di seguito.

Dopo il 14 gennaio 2011, Nasreddine non si è riposato e si è buttato in tutte le battaglie.

Una delle ultime è quella di Bardo.

Nasreddine Shili è il coordinatore di Khnagtouna (« ci avete soffocato »), un movimento giovane e rivoluzionario, membro del Front de Salut National e uno dei movimenti che si è appellato al sit-in di Bardo chiedendo la dissoluzione dell’attuale ANC.

Nasreddine è uscito dalla prigione alle 5 di mattina il 24/09/2013. Si trovava lì, e rischiava di ritornarci, perché aveva « posato » un uovo sulla testa del ministro della Cultura, Mahdi Mabrouk aka BouAdhma.

All’epoca di quel ministro, alcuni giovani pittori si sono visti minacciare di morte da fanatici scatenati e che gli sceicchi del governo qualificavano pubblicamente come atei e blasfemi.

Quel ministro ha linciato mediaticamente questi giovani pittori. All’epoca di quel ministro, alcuni artisti di teatro si sono visti malmenare a colpi di uova, nel pieno centro della capitale, davanti a tutti.

All’epoca di quel ministro, più di una decina d’artisti hanno conosciuto il gusto della galera, del carcere e della prigione.

All’epoca di quel ministro, Azzouz Chennawi, attore, s’è ritrovato a combattere la morte solo, sprovvisto di ogni sostegno del ministero, nonostante le sue richieste e di quelle di tanti artisti e intellettuali.

Poi questo ministro s’è mostrato, così, come se niente fosse, alla cerimonia del quarantesimo giorno della scomparsa dell’attore. Nasreddine giudicò questo gesto eccessivo. Il suo uovo fu un atto di resistenza, un atto di « fellagha » come lo descrive egli stesso.

Fu incarcerato a causa di questa posizione. Non è la sua opinione che l’ha condotto in prigione. Non è l’espressione « colpire un ministro » che è condannata, ma l’atto di rimettere un ministro al suo posto.

Ciò che viene condannato, è l’audacia con la quale Nasreddine ha mostrato che il ministro dev’essere al servizio della sua funzione, e non il contrario. Nasreddine continuerà a comparire in tribunale.

3. La storia di Klay BBJ e di Weld El15

Terza storia quella di Klay BBJ e di Weld El15. Sono dei giovani rapper. Sono molto conosciuti e molto ascoltati dai giovani in Tunisia. Entrambi sono stati condannati con una sentenza ad un anno e nove mese di prigione.

Klay passerà davanti il tribunale il 26 settembre 2013. Sono stati arrestati in pieno concerto rap, al festival internazionale di Hammamet. Durante l’arresto, i poliziotti non hanno mostrato alcuno scrupolo, ed hanno esercitato la loro aggressività e la loro brutalità nella forma dovuta, come qualsiasi malvivente che si rispetti.

Li hanno condotti ammanettati in teatro, davanti al pubblico e ai « responsabili » del festival. Fieri del fatto che finalmente siano stati i poliziotti a mettere le mani su quei rappers.

Contemporaneamente il suono delle mine che esplodevano sotto i piedi dei militari e dei poliziotti echeggiava sul Monte Chaanbi, all’ovest del paese.

Klay e Weld El 15 avevano cantato in pubblico delle canzoni che tutti conoscevano, guardavano e ascoltavano su internet. I loro testi sono senza grazia, chiari, netti, acuti e pungenti.

Attaccano i tre pilastri rimasti in piedi di Ben Ali così come al nuovo male della Tunisia:

polizia corrotta;
giudici corrotti;
famiglie finanziarie responsabili della miseria;
partiti politici che non pensano ad altro che a sistemarsi nelle poltrone del potere.

Klay arriva anche a dire in uno di questi titoli « Andatevene tutti, non ne vogliamo più sapere della costituzione » (in maniera molto più piccante, ovviamente).

Weld El15, nei suoi titoli, punta il dito contro il matrimonio polizia-giudici, e dice in modo crudo ciò che ogni giovane sente verso la polizia: la rabbia, e la voglia massacrante di vendetta. Il che è del tutto normale dopo aver conosciuto ciò che la polizia ha fatto, e continua a fare.

Non è l’opinione in sè che è condannata, il discorso « Acab » esiste e continua ad esistere, senza essere né vietato né censurato, né penalizzato.

Farne un posizionamento verso le forze del paese, incitare gli altri a prendere questa posizione a forza di argomenti, e reclamarli pubblicamente con un discorso didattico, ecco ciò che è stato condannato. Non l’opinione, ma il posizionamento. E il posizionamento è un atto politico.

4. La storia di Saber Mraihi

Quarta storia, quella di Saber Mraihi. Saber è un giovano « weld houma » di 25 anni. Durante due settimane post-14 gennaio, ha fatto parte dei comitati di giovani che hanno protetto i quartieri e gli abitanti dagli attacchi delle « milizie di polizia ».

Saber appariva in un video pubblicato il 17 gennaio 2011. Questo video proietta la reazione dei giovani del quartiere Kabbaria (un quartiere popolare della periferia sud di Tunisi) dopo l’arresto di un cecchino.

Saber qui esprime direttamente ciò che pensa della polizia corrotta. Dice:

« Fino a quando resteremo qua, questi cani non passeranno. Noi siamo il popolo tunisino, noi siamo liberi, e noi vi batteremo. »

Un anno dopo, si ritrova convocato dalla polizia, accusato d’aver provato ad uccidere un agente, anche se non si trovava neanche sul posto quando il poliziotto fu aggredito.

Nel processo verbale, si legge che questo poliziotto è stato aggredito « duranti gli eventi violenti e caotici, conosciuti successivamente col nome di rivoluzione ».

Il PV reca la data di aprile 2012. Saber ha passato un anno e un mese in prigione, senza capo d’accusa ufficiale, prima di essere giudicato.

Dopo una mobilizzazione della gioventù, Saber fu liberato provvisoriamente ma il suo processo continua. Saber non è stato condannato a causa di un’opinione ma a causa di ciò che è e di ciò che fu a quel tempo: un giovane della rivoluzione. Ciò che condannano è il suo impegno attivo in questo processo.

5. La storia di Ghazi Beji e Jabeur Mejri

Quinta storia, Ghazi Beji e Jabeur Mejri. Ghazi e Jabeur lavoravano alla SNCFT (Société nationale des chemins de fer tunisienne) [Le Ferrovie dello Stato tunisine, NdT].

La corruzione di cui furono testimoni e la sua ampiezza li indignarono. Pubblicarono sul web un libricino in cui raccontarono tutte le magagne di cui furono testimoni, il peso dell’appartenenza ai clan finanziari, il peso delle lealtà, il clientelismo e l’irresponsabilità dei supposti responsabili.

Qualche giorno dopo la pubblicazione di quel libricino, un imam della loro città, cugino di uno dei corrotti evocati, trattò Ghazi e Jabeur come dei miscredenti da punire con una predica, evocando un altro libricino che avevano pubblicato, in cui criticavano l’islam, i suoi fondamenti e il suo profeta.

Il giorno dopo, un avvocato conosciuto per il suo passato pro-Ben Ali, intentò una procedura contro di loro, basandosi su una legge imposta dal residente generale francese nel 1905 che vietava la blasfemia, lo stesso anno in cui la legge sulla laicità fu votata in Francia.

Quando si vede il numero di persone che hanno bestemmiato, e che continuano a farlo sul web, non si può pretendere che è qui che viene condannata.

Ciò che viene condannato, è il fatto che dei lavoratori osano esercitare un diritto di riguardo sulla loro direzione. Ciò che è condannato è l’atto di scoprire i corrotti, nome per nome. Ciò che è condannato, è la posizione che hanno preso rispetto ai loro capi alla SNCFT.

Storie tunisine

Potrei continuare a lungo con delle storie simili, che si verificano attualmente in Tunisia. Si potrebbe verificare finanche, signor Morin, che uno di questi giorni le invii la mia storia, dietro le sbarre.

Come quelle di Nejib Abidi, Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Slim Abida e i loro amici, militanti di lunga data e artisti impegnati nelle lotte sociali, che si sono visti rapiti nelle loro case alle 4 del mattino, senza alcun mandato di perquisizione, dopo il furto dei loro hard disk 24 ore prima.

La causa del loro arresto è soprattutto la loro posizione politica rispetto alla rivoluzione.

Oppure la storia di Sabri Sfari, un giovane che stava davanti casa sua quando un’auto della polizia passa di lì e i poliziotti gli chiedono di rientrare in casa. Sabri rifiuta di obbedire. Niente gli impone di rientrare, né di restare, né di andare, né di fare qualsiasi altra cosa. Sabri difendeva il fatto che è libero di decidere cosa fare rispetto a questo piccolo problema.

I poliziotti insistevano, Sabri rifiutò di muoversi, un poliziotto uscì il fucile e gli sparò in pieno volto, la sua mascella cadde conseguentemente. Tutto ciò si svolgeva in qualche minuto, tre o quattro. Sabri è oggi in ospedale, in uno stato critico.

Suo padre chiede una cosa sola: rivedere il sorriso di suo figlio. Il ministero dell’Interno preannuncia una « pallottola partita per errore ».

Sabri è stato condannato, la condanna è stata eseguita sul posto, non a causa di un’opinione o di un avviso, ma perché ha preso posizione.

Potrei anche raccontarle la storia di otto militanti studenti arrestati a Sfax. O ancora la storia di quindici ricercati di Menzel Bouzayen, non lontano da Sidi Bouzid, il cui errore è di aver organizzato una mobilitazione contro la disoccupazione e contro un notabile locale. Ma non mi dilungherò su questa. Simbolicamente, sono sufficienti per farsi una prima idea.

«Prigionieri di guerra»

Questi giovani non sono prigionieri di opinione. Qui, col nostro sguardo, li consideriamo come ostaggi, e come prigionieri di guerra.

Sono fatti prigionieri a causa del loro posizionamento, a causa del loro messaggio politico.

Lungi dall’essere delle vittime, dei Gesù, di fronte ad uno Stato diventato « iper-cattivo » dopo le elezioni del 23 ottobre, come se prima questo Stato aveva l’abitudine di essere « gentile ». Questi giovani sono dei Prometei, che si bruciano le dita mentre passano il fuoco agli altri.

Il suo sostegno, signor Morin, è il benvenuto, quale che sia la forma.

Ma prima, mi lasci ricordare un’ultima storia. Quella di Sartre e i portatori di valigie, durante la guerra d’indipendenza d’Algeria. Sartre e i portatori di valigie sapevano che i combattenti algerini erano dei resistenti. E non smettevano di dirlo in ogni luogo. E lei, signor Morin, per ciò che credo di sapere, rassomiglierebbe piuttosto ai portatori di valigie.

Questi giovani sono dei resistenti, dei « fellaghas », che resistono alle catene dello Stato tunisino. Un prezzo potrebbe servire a far parlare della « causa ». Ma pensare a loro in maniera evangelista, presentarli come delle « carine vittime gentili », ecco, ciò è contrario al lavoro di questi giovani.

Ognuno di loro ha dato la sua anima, il suo corpo, ognuno di loro ha scelto di rompere il rischio affrontandolo direttamente.

Se essi sono perseguitati, arrestati, torturati, e/o altro (spazio per la fantasia il nostro Stato ne ha), è perché hanno preso posizione, perché lavorano per una nuova società più degna e più giusta.

Per sostenerli, bisognerebbe tener conto della portata dei loro atti. E la invito, signor Morin, a sostenerci, ad appoggiare il nostro lavoro, non solo immagini mediatizzabili in Francia.

Poiché, non so se lei lo sa, ma noi la leggiamo. E ciò che si dice/fa in Francia evocando la Tunisia ha un impatto a casa nostra. Un impatto forte.

E che quest’impatto non è calcolato secondo l’alfabeto antropologico francese, ma secondo l’alfabeto antropologico tunisino.

Dal sito: rue89.com

Fonte: leventicinqueundici.noblogs.org
Traduzione dal francese di Piervincenzo Canale
 

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