“L’Europa sta per perdere di più” – Der Spiegel

20.Gennaio.2020 · Posted in extrafrica

Il Ministro degli Esteri italiano Di Maio sulla guerra per procura in Libia

“L’Europa sta per perdere di più”

Il conflitto in Libia si è trasformato in una guerra per procura, con l’Europa al centro. Il Ministro degli Esteri italiano Di Maio sta spingendo per una soluzione politica.

DER SPIEGEL: Signor Di Maio, tutti i tentativi di porre fine al conflitto in Libia finora sono falliti. Il Governo tedesco sta organizzando una conferenza internazionale sulla pace a Berlino domenica. Cosa c’è di nuovo questa volta che potrebbe fare la differenza?

Di Maio: La Germania ha atteso con molta attenzione il momento giusto per la conferenza. Non si trattava semplicemente di creare una bella “photo opportunity”. La Germania ha anche avuto la lungimiranza di guardare oltre i partner europei. L’incontro tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin è stato fondamentale per calmare la situazione. Sono anche felice che venga il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo.

DER SPIEGEL: Lei ha anche viaggiato in Marocco, Algeria, Turchia e Tunisia come parte dei preparativi. Il Primo Ministro Giuseppe Conte ha anche parlato con il Presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nonché con Fayez Sarraj, capo del Governo riconosciuto dalle Nazioni Unite in Libia a Tripoli, e il comandante Khalifa Haftar, suo rivale ad est . Come valuta la situazione alla vigilia della Conferenza di Berlino?

Di Maio: L’Italia ha cercato di convincere tutti gli attori a partecipare alla conferenza. Ci sono voluti mesi di lavoro. E abbiamo informato il Ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas immediatamente dopo ogni viaggio. Sono molto lieto che rappresentanti dei Governi di così tanti Paesi vengano a Berlino. Tutto sommato, in Europa siamo riusciti a riportare l’UE in un ruolo centrale.

DER SPIEGEL: Perché è stato così difficile raggiungere un accordo?

Di Maio: Questo conflitto di lunga durata è esploso in aprile e questo ha cambiato tutto. Entrambe le parti hanno chiesto agli europei munizioni, armi, soldati e droni. Non volevamo farne parte. E come ha dimostrato Mosca, nessun Paese può risolvere da solo la complessa situazione in Libia. Questo succede solo nei film. La realtà è che tutti devono sedersi al tavolo delle trattative.

DER SPIEGEL: Perché il problema è così complesso?

Di Maio: In Libia, non ci sono solo due parti in conflitto, ma molte. Queste includono tribù con origini in Tunisia e Algeria. Ecco perché è così importante lavorare anche con questi Paesi.

DER SPIEGEL: In passato, l’Europa era divisa su questo tema. È questo il motivo per cui russi e turchi hanno una influenza così grande in Libia oggi?

Di Maio: L’Europa e l’Italia hanno perso terreno in Libia per una semplice ragione: non eravamo disposti a fornire armi ai belligeranti.

DER SPIEGEL: Altri avevano meno scrupoli.

Di Maio: La guerra genera sempre più guerra. Stiamo assistendo a una grave guerra di droni in questo momento. Ma anche i Paesi extra-UE che hanno fornito supporto alle fazioni opposte comprendono che il problema è più grande del conflitto in Libia. Le tensioni tra alcuni Paesi del Mediterraneo sono motivo di preoccupazione ancora maggiore della guerra civile tra Bengasi e Tripoli. Alla luce di questa escalation, molti Paesi comprendono che in questo momento storico una soluzione diplomatica con un’Europa che parli con una sola voce è quella migliore.

DER SPIEGEL: Come interpreta gli interessi dei partecipanti non europei alla conferenza?

Di Maio: Ci sono molte questioni aperte. Gli Emirati Arabi Uniti sono preoccupati per la loro battaglia contro i Fratelli Musulmani. I turchi vogliono impedire a Haftar di prendere Tripoli. L’Egitto è preoccupato che la minaccia del terrorismo stia crescendo ai suoi confini, una preoccupazione condivisa da Algeria e Tunisia. Dato che la Libia è piena di attori che vogliono posizionarsi, la conferenza di Berlino sarà decisiva per creare ordine.

DER SPIEGEL: Anche Italia e Francia hanno interessi diversi. Roma sostiene Sarraj, mentre Parigi simpatizza con Haftar.

Di Maio: Sono stato Ministro degli Esteri per quattro mesi e durante questo periodo non c’è mai stato un problema con i francesi sulla Libia.

DER SPIEGEL: L’Italia ha bisogno di Tripoli per evitare che ancora più imbarcazioni di rifugiati partano per la Sicilia. E la Francia conta su Haftar per respingere i terroristi dalla zona del Sahel. Inoltre, esiste anche la concorrenza tra le più importanti compagnie energetiche italiane e francesi, Eni e Total. Niente di tutto ciò ha un ruolo?

Di Maio: Il vero problema è che noi nell’UE abbiamo permesso a così tanti altri Paesi di essere coinvolti in Libia. Ma ora è giunto il momento che attori con interessi diversi lavorino insieme. E l’Europa rischia di perdere di più nel conflitto in Libia. Basti pensare ai 700.000 migranti nel Paese. Se la guerra si intensifica, anche la situazione umanitaria peggiorerà e molti arriveranno in Europa.

DER SPIEGEL: Chi è che deve raggiungere un accordo a Berlino: le parti in guerra o i loro sostenitori internazionali?

Di Maio: Dato che stiamo vivendo una guerra per procura, il punto è portare tutti i soggetti coinvolti al tavolo dei negoziati per garantire che non vi siano ulteriori interferenze. In altre parole: le forniture di armi devono fermarsi. E occorre impedire che ulteriori mercenari entrino nel Paese.

DER SPIEGEL: Come procederanno le cose se un accordo effettivamente prenderà forma a Berlino, se i partecipanti accetteranno un cessate il fuoco e uno stop alle spedizioni di armi?

Di Maio: Successivamente, l’Unione Europea avrà il considerevole compito di garantire tutto ciò. Avremo quindi bisogno di una missione di pace europea, in accordo ovviamente con le parti libiche e le Nazioni Unite.

DER SPIEGEL: Cosa significa in termini concreti?

Di Maio: Le armi in Libia non arrivano solo attraverso i confini terrestri del Paese. Sono anche consegnate per via aerea e marittima. Ecco perché abbiamo bisogno di peacekeeper europei con una missione che copra acqua, terra e aria al fine di monitorare il rispetto dell’accordo.

DER SPIEGEL: L’Italia manderebbe i propri soldati in quello scenario?

Di Maio: Credo che sia l’Unione europea – e non singoli Paesi membri dell’UE da soli – che può essere un attore neutrale e credibile per tale missione. Siamo pronti a rendere disponibili i nostri contingenti se, come ho detto, le parti libiche e le Nazioni Unite si accordano.

DER SPIEGEL: Perché Haftar dovrebbe sostenere un cessate il fuoco in un momento in cui è già vicino a Tripoli e potrebbe presto vincere?

Di Maio: Anche dopo mesi di combattimenti, non è stato in grado di prendere Tripoli. E anche se arriverà a Tripoli, la guerra sarà tutt’altro che finita.

DER SPIEGEL: Perché?

Di Maio: La guerra civile diventerebbe una guerra urbana, combattuta strada per strada, casa per casa. Sarebbe un bagno di sangue. Non puoi semplicemente alzare una bandiera su Tripoli e affermare di aver preso la città. Non è così facile. Haftar non può controllare una città di 3 milioni di abitanti con solo 1.000 uomini. Lo sa lui stesso. Ed è quello che mi hanno detto tutti gli attori internazionali con cui ho parlato, compresi quelli che lo sostengono.

DER SPIEGEL: Tuttavia, Haftar è stato a lungo più forte del Governo di Unità Nazionale di Sarraj a Tripoli. L’Italia ha sostenuto l’uomo sbagliato?

Di Maio: Abbiamo sempre sostenuto il Governo riconosciuto dalle Nazioni Unite a Tripoli. Ma abbiamo anche sempre parlato con Haftar perché comprendiamo la complessità della Libia. L’Italia conosce la Libia da secoli. Abbiamo anche detto ai libici una cosa: qualunque cosa accada, c’è una cosa che non può essere cambiata – la geografia. Sarete sempre vicini all’Italia. Quindi è meglio collaborare in un clima di dialogo.

DER SPIEGEL: Alla fine finiremo con una Libia o due?

Di Maio: La Libia è e deve rimanere una singola entità che riconosciamo come uno Stato sovrano. Ma il Paese è composto da diverse parti: Tripoli, Bengasi, Tobruk e il Fezzan. Dobbiamo avviare un processo che consentirà una convivenza pacifica tra tutti gli attori.

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