In Senegal c’è un asilo speciale

13.Dicembre.2012 · Posted in varie

È la seconda volta che torno a Dakar, forse la mia quinta volta in Africa, e ogni volta ne rimango rapita. Non so cosa sia, forse l’odore completamente diverso che ti accoglie e ti circonda all’arrivo, forse i colori incredibili dei wax con cui si vestono le donne, forse il caldo penetrante con le zanzare che ti accompagnano lungo tutti i chilometri che percorri, forse la frutta così buona e succosa, forse gli sguardi e i sorrisi che trasudano dolcezza. È un mix magico e ogni volta è diverso.

Dakar mi ha accolta nuovamente di notte, nuovamente al buio, nella rilassatezza della sera. A parte all’aeroporto, freneticamente attivo per l’arrivo di svariati voli (tant’è che per passare i controlli ci abbiamo messo 2 infinite ore), la città era come sospesa, animata solo dai guardiani notturni delle più disparate cose – negozi, case, macchine, macchinari e marchingegni – si iniziavano a sistemare ai loro posti, con il loro tipico atteggiamento di quieta rilassatezza un po’ sconsolata, con un occhio aperto e uno chiuso, sperando che la nottata passi tranquilla e veloce.

Ho avuto di nuovo la fortuna di essere ospitata presso l’asilo “Garderie Un Autre Monde” (www.unaltroasilo.org) , così da essere svegliata ogni mattina dalle canzoni (un po’ troppo gridate per i miei gusti…) dei 75 bimbi frequentanti. Loro sono bellissimi: tutti, dai più piccoli ai più grandi, che ormai sono iscritti alla seconda elementare, hanno questa capacità di infonderti mille energie solo con un sorriso che è incomparabile. È vero che desiderano tutte le attenzioni per loro, e che star dietro ai loro giochi e scherzi dopo un po’ diventa faticoso, ma anche se alla fine sei spossato e col fiatone, dentro è come se fossi rigenerato e ricaricato. È un bagno di umanità, bontà e dolcezza che non può che allargarti il cuore.

Questo viaggio poi racchiudeva un altro viaggio al suo interno: infatti, era previsto di dare inizio a un progetto per la prevenzione della malaria, così, con i miei mitici compagni di viaggio siamo andati a sud del Senegal, nella Casamance. La nostra base era nel capoluogo della regione, Ziguinchor, una cittadina strappata alla foresta, in cui le strade sono buchi circondati da un po’ d’asfalto, il caldo è avvolgente e le vie possono essere all’improvviso animate dai campanacci dei kankouran, uomini mascherati da spiriti dispettosi.

Per tre giorni abbiamo girato la zona, prima andando a Koling, un villaggio a 120 km da Zinguinchor, perso nella vegetazione, dove la ricchezza della gente sono i loro sorrisi (non hanno infatti né elettricità né acqua corrente, e uno degli orgogli del villaggio sono delle lastre di cemento su cui prossimamente, ma non si sa quando, verranno istallati dei pannelli solari), poi a Gonoum, un villaggio più grande, dove però le disparità tra il poco che la popolazione possiede saltano ancora più all’occhio e danno adito a lunghe conversazioni e dibattiti, e Baganha, un altro piccolo centro completamente abbandonato a se stesso anche dai presidi militari e che ultimamente ha subito diversi attacchi dei ribelli per l’indipendenza della Casamance dal Senegal.

La regione è bella da togliere il fiato: pur essendo la più povera del Senegal, è la più ricca dal punto di vista naturale e paesaggistico. Il verde è pieno e fittissimo, i corsi d’acqua sono innumerevoli e si snodano formando una sorta di labirinto serpentoso tra milioni di mangrovie. Le persone che ho incontrato, soprattutto le donne, mi hanno fatta sentire a casa e, anche se non ci potevamo capire perché io parlavo solo un po’ di francese e loro solo il mandengue o il wolof (due delle principali lingue locali senegalesi), mi hanno fatta sentire accolta e ben voluta e io spero di essere riuscita a trasmettere loro la gioiache mi facevano provare a essere tra loro nei loro villaggi.

Di sicuro passeranno ancora un po’ di sere a parlare di quella bianca a cui una delle nuove nate ha fatto la pipì addosso, e sono sicura che rideranno e saranno bellissime nel ricordarsi dell’episodio, e io non posso che esserne contenta.

 

testo e foto di Flavia Zecchin

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